La tentata resistenza di Nordio e il peso politico del voto popolare

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nel cuore politico di Montecitorio, mentre l’aula si svuota quasi del tutto—buona affluenza tra i banchi di Fratelli d’Italia, poca tra quelli di Forza Italia e quasi zero nella Lega—va in scena la solitudine del ministro della Giustizia. Carlo Nordio, chiamato al Question Time, si trova a dover gestire una pressione che nelle ore precedenti ha già costretto alle dimissioni il suo sottosegretario, Andrea Delmastro, e la capa di gabinetto, Giusi Bartolozzi. Ma lui, il Guardasigilli, non intende seguire la stessa strada, nonostante l’esito del referendum costituzionale sulla separazione delle carriere, una riforma che porta il suo nome e di cui si assume la “responsabilità politica”. A chi gli chiede un passo indietro, risponde con una linea netta, quasi ostinata: “Non è previsto in nessun ordinamento che il ministro si dimetta a seguito dell’esito negativo del referendum, tanto più che la fiducia è già stata confermata dal governo e dalla presidente del Consiglio”.

La lettera aperta e la voce critica di Campopiano

Mentre Nordio tenta di blindare la sua posizione, il dibattito si infiamma anche fuori dal Parlamento. Oreste Campopiano, avvocato termolese di lungo corso e già presidente del Consiglio comunale di Termoli, scrive una lettera aperta al ministro in cui contesta la linea dell’esecutivo. Con una consapevolezza maturata in anni di osservazione delle dinamiche istituzionali, Campopiano richiama il peso del voto popolare, sottolineando come l’esito referendario abbia un peso politico tale da rendere la permanenza del Guardasigilli a via Arenula non solo ingombrante, ma inopportuna. Il suo richiamo non è solo un atto formale: è l’eco di una voce che, dal territorio, interpreta la sconfitta elettorale non come un incidente di percorso, ma come un verdetto politico che esige conseguenze immediate e concrete.

Il terremoto delle dimissioni e la “notte delle scope”

La giornata è segnata dai contraccolpi immediati del referendum, che Giorgia Meloni aveva provato a presentare come una riforma “tecnica”, quasi apolitica. Ma il risultato ha prodotto un effetto valanga: le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi hanno spazzato via due pilastri del dicastero, mentre poco più in là, in un’altra parte del governo, si è dimessa anche Daniela Santanchè, con la premier che aveva pubblicamente auspicato quel gesto. Quando la notizia arriva tra i banchi della Camera, le opposizioni applaudono, consapevoli che la “notte delle scope” non ha risparmiato nessuno. Lo stesso Nordio, che in passato aveva risposto con un lapidario “Nuts” (balle) a chi gli chiedeva di lasciare, stavolta non può più contare sull’ironia o sulle citazioni di storia militare. I toni si fanno seri, quasi dimessi, mentre riconosce che il suo rammarico maggiore rimane una frase—quella sulla “paramafiosità” del Csm—che non era sua ma di un magistrato, e che gli è stata attribuita, diventando forse un peso peggiore della sconfitta stessa.

La resistenza e la mobilitazione dal territorio

Al di là delle mura parlamentari, la spinta perché Nordio faccia un passo indietro non accenna a diminuire. Silvia Salis, sindaca di Genova, offre una lettura lucida degli eventi: il referendum, stando alle dichiarazioni iniziali del governo, non doveva avere conseguenze. Ma la mobilitazione popolare, l’afflusso alle urne di elettori progressisti in difesa della Costituzione, ha cambiato la natura del voto. “È lei (Meloni, ndr) che ha politicizzato al massimo attivando gli scontenti”, sottolinea Salis. E mentre il ministro insiste nel rivendicare il sostegno della premier e la solidità della maggioranza, nel suo stesso dicastero si materializza il vuoto lasciato dai dimissionari. Le sue parole—che Bartolozzi abbia lavorato con “dignità e onore” e che il gesto spontaneo della sua collaboratrice debba porre fine alle polemiche—suonano come un tentativo di arginare una marea che, in realtà, ha già superato gli argini della sua stessa leadership. Resta in piedi, ma solo, a sostenere un peso che il voto popolare ha reso forse troppo grave per un solo uomo.

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