Trovato in fin di vita in un capannone, muore un migrante nepalese. Il sindacato di polizia difende la questura
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Redazione Interno
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L'ennesimo, drammatico episodio che riporta sotto i riflettori le criticità dell'accoglienza a Trieste si è consumato tra i capannoni dismessi del porto vecchio, un'area che, seppur destinata al progetto "Porto Vivo", continua a offrire un riparo fatiscente a chi non trova altra sistemazione. È lì, in un magazzino abbandonato, che alcuni connazionali hanno rinvenuto in stato di incoscienza e in arresto cardiaco un richiedente asilo nepalese di 43 anni, sabato scorso, dopo che l'uomo aveva cercato probabilmente di sfuggire al freddo intenso. Trasportato d'urgenza in ospedale, l'uomo non è sopravvissuto: le sue condizioni, definite fin dall'inizio gravissime con un "reale pericolo di morte", sono rapidamente peggiorate fino all'esito fatale.
Le accuse dal mondo dell'accoglienza
La morte del migrante ha immediatamente scatenato polemiche aspre, con il sistema di accoglienza chiamato in causa direttamente. Il presidente dell'ufficio rifugiati Ics, Gianfranco Schiavone, ha espresso parole durissime, sostenendo che "questa persona avrebbe avuto diritto ad essere sistemata in accoglienza e ricevere un'assistenza sanitaria che non ha potuto avere" e affermando, senza mezzi termini, che l'uomo è stato "lasciato al suo destino". Una ricostruzione che tratteggia un quadro di abbandono, in cui il sistema, nella sua complessità, avrebbe fallito nel garantire i diritti fondamentali di un individuo in situazione di vulnerabilità, come quella di un richiedente asilo privo di un alloggio sicuro.
La difesa del sindacato di polizia
In un contesto già teso, è intervenuto con forza il Sindacato Autonomo di Polizia (SAP) del Friuli Venezia Giulia, guidato dal segretario regionale Lorenzo Tamaro, per respingere le accuse rivolte specificamente alla Questura di Trieste e ai suoi operatori dell'Ufficio Immigrazione. Il sindacato ha bollato come "strumentali e ingiustificate" le critiche provenienti dal mondo dell'accoglienza, difendendo il lavoro degli agenti che, a suo dire, operano in condizioni di "grave carenza di organico". Il SAP, dunque, sposta il fuoco del dibattito dai singoli episodi a quelle che definisce le vere piaghe del sistema: i limiti strutturali e la cronica mancanza di risorse, che ricadono anche sugli uffici di polizia chiamati a gestire un flusso migratorio complesso e incessante.
Una crisi strutturale oltre le polemiche
Al di là delle reciproche attribuzioni di responsabilità, ciò che emerge dall'accaduto è la fotografia di una situazione emergenziale divenuta ormai endemica. Il fatto che un uomo sia morto mentre cercava rifugio in un edificio abbandonato, a poche centinaia di metri da luoghi simbolo della città, segnala il persistere di un gap tra le esigenze di chi arriva e la capacità del sistema di accoglienza formale di offrire risposte adeguate. I capannoni del porto vecchio, come in passato il silos, continuano a essere l'ultima, disperata opzione per chi rimane ai margini dei circuiti istituzionali, evidenziando un nodo che le polemiche immediate, seppur comprensibili, rischiano di non sciogliere se non si affrontano le carenze di fondo denunciate, seppur da angolazioni diverse, da entrambe le parti in causa.




