Trieste, muore di freddo un migrante nepalese nel Porto Vecchio
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Redazione Interno
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Non ce l'ha fatta Sunil Tamang, il richiedente asilo nepalese di 43 anni colto da un malore sabato scorso nei magazzini abbandonati del Porto Vecchio. L'uomo, dopo tre giorni di agonia, è spirato all'ospedale di Cattinara a causa di un'embolia polmonare che gli aveva provocato un arresto cardiaco. A lanciare l'allarme, come spesso accade in quel dedalo di cemento e desolazione, erano stati alcuni conoscenti, che lo avevano visto accasciarsi al suolo in quelle che sono diventate, per molti, l'unica e tragica alternativa alla vita all'addiaccio.
L'agonia nei luoghi abbandonati
Il decesso di Tamang, il cui è stato strappato al gelo solo per trovare una fine in ospedale, non è un episodio isolato ma l'ultimo, drammatico capitolo di una sequenza insopportabile. L'area del Porto Vecchio, con i suoi capannoni fatiscenti e le sue strutture pericolanti, è da tempo un rifugio di fortuna per chi, in attesa di formalizzare una richiesta di protezione o semplicemente di trovare un varco nella complessa macchina dell'accoglienza, non ha altro posto dove andare. Lì, esposti alle intemperie e alle rigide temperature che nei giorni scorsi hanno portato neve e il morso della Bora, decine di persone sopravvivono in condizioni limite, in un limbo fisico e giuridico che troppo spesso si trasforma in una trappola mortale.
Una burocrazia che uccide
Quella di Tamang è una morte che parla, con tragica chiarezza, di muri non solo fisici ma amministrativi. La sua esistenza, confinata in spazi inadatti alla vita umana, è stata stroncata da un malore le cui probabilità sono state accresciute dalle condizioni disumane in cui era costretto a vivere. Una dinamica che pone interrogativi lancinanti sulle responsabilità di un sistema il quale, mentre fatica a garantire percorsi legali e umani di ingresso, lascia che ai suoi margini si consumino tragedie annunciate. Gianfranco Schiavone, presidente dell'associazione ICS, ha lanciato un monito severo, sottolineando come senza un intervento immediato ci si debba aspettare altre tragedie.
La risposta inefficace delle istituzioni
Di fronte a questa ennesima perdita, la replica delle autorità centrali appare sproporzionatamente orientata al solo controllo del confine. Il Viminale, infatti, ha risposto all'emergenza umanitaria triestina inviando una sessantina di agenti aggiuntivi a presidiare la frontiera con la Slovenia, riportata ormai da due anni a demarcazione nazionale. Una misura che, se da un lato risponde a esigenze di ordine pubblico, dall'altro non affronta minimamente le cause profonde che spingono le persone a rifugiarsi in luoghi come il Porto Vecchio, trasformando la questione migratoria in una mera emergenza di sicurezza e lasciando irrisolto il nodo dell'accoglienza e della protezione dei diritti fondamentali.
Il peso insostenibile dell'indifferenza
Questa morte, arrivata a poco più di un mese da un altro decesso analogo, racconta dunque di un fallimento collettivo. Racconta di come la chiusura di una porta, sia quella di una questura sia quella di un centro di accoglienza, possa equivalere a una condanna. Il gelo di gennaio, che qualcuno può affrontare al riparo di un tetto, diventa un killer implacabile per chi è lasciato solo, invisibile ai più, in attesa di un documento o di una risposta che troppo spesso non arriva in tempo. Il Porto Vecchio, con la sua architettura industriale in disfacimento, si erge così come un monumento alla disumanità, un teatro dove si recita ogni giorno il dramma di chi è costretto a scegliere tra il rischio del viaggio e la disperazione della sosta.




