Morto a Trieste un migrante nepalese dopo un malore nel Porto Vecchio
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Un uomo di 43 anni, originario del Nepal, è deceduto all’ospedale di Cattinara dopo tre giorni di agonia, segnando un nuovo, luttuoso episodio nella serie di tragedie che coinvolgono le persone senza dimora costrette a vivere nei locali abbandonati del porto triestino. L’uomo, che attendeva di formalizzare la domanda di protezione internazionale, era stato colto da un improvviso malore – un’embolia polmonare culminata in arresto cardiaco – lo scorso sabato, all’interno di uno dei magazzini fatiscenti dove, in assenza di alternative, aveva trovato un precario riparo dal freddo. Alcuni conoscenti, presenti sul posto, hanno immediatamente dato l’allarme, consentendo il ricovero d’urgenza, ma le sue condizioni, già gravissime, sono andate incontro a un irreversibile peggioramento fino al decesso per morte cerebrale.
Il contesto di degrado e le condizioni estreme
Il luogo in cui è avvenuto il malore, un complesso di edifici dismessi esposti alle intemperie, rappresenta da mesi – se non da anni – l’ultima, disperata sistemazione per un numero imprecisato di migranti e senza fissa dimora. La struttura, che versa in stato di totale abbandono, non offre alcuna protezione adeguata contro le rigide temperature invernali, le quali, proprio nelle scorse settimane, hanno portato neve e il gelido vento di Bora, facendo scendere i termometri ben sotto lo zero. Vivere in simili condizioni, come ha sottolineato il presidente dell’ufficio rifugiati Ics Gianfranco Schiavone, espone inevitabilmente a rischi sanitari gravissimi, privando gli individui di quel minimo di assistenza e tutela a cui avrebbero diritto, in particolare nel momento in cui intendono chiedere asilo.
Un precedente tragico di poche settimane fa
Quella del cittadino nepalese non è, purtroppo, una vicenda isolata. Solo il 3 dicembre scorso, infatti, un altro migrante, un algerino di 32 anni di nome Hichem Billal Magoura, era stato trovato senza vita nello stesso complesso del Porto Vecchio. Secondo quanto raccontato dall’amico che lo ha ritrovato, l’uomo aveva passato una notte tormentata da accessi di tosse e vomito, morendo poche ore dopo lo sgombero di molte delle persone che occupavano l’area. Due decessi a così breve distanza di tempo, entrambi legati a malori improvvisi e avvenuti in un contesto di estremo degrado, sollevano interrogativi stringenti sulle condizioni di vita in cui versano coloro che, per una molteplicità di ragioni, si ritrovano ai margini del sistema di accoglienza.
Le dichiarazioni e le mancate risposte
“Questa persona avrebbe avuto diritto ad essere sistemata in accoglienza e a ricevere un’assistenza sanitaria che non ha potuto avere”, ha dichiarato Schiavone, parlando di un uomo “lasciato al suo destino”. Le sue parole, asciutte e dirette, fotografano una realtà in cui il percorso per accedere ai diritti fondamentali appare spesso irto di ostacoli, quando non del tutto impervio. L’assenza di una soluzione abitativa di emergenza, unita alla difficoltà di intercettare tempestivamente le persone più vulnerabili, crea un terreno fertile per tragedie annunciate, dove un malore banale può trasformarsi in una condanna a morte, complice l’esposizione al freddo e la mancanza di un presidio sanitario immediato.




