È morto Jesse Jackson, la voce dei diritti civili al fianco di Martin Luther King

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il reverendo Jesse Jackson, figura cardinale nella lunga marcia per l'uguaglianza degli afroamericani e ministro battista dalla oratoria infuocata, si è spento all’età di 84 anni. La scomparsa, avvenuta circondato dai propri cari dopo un lungo periodo di sofferenza segnato da una malattia neurodegenerativa, è stata comunicata dalla famiglia attraverso una dichiarazione ripresa dall’emittente Nbc: un annuncio che arriva a decenni di distanza da quando, giovane collaboratore di Martin Luther King, Jackson iniziò a farsi strada nel movimento per i diritti civili -4-6. Il suo nome, per chi ha vissuto le battaglie degli anni Sessanta, è indissolubilmente legato a quello del leader assassinato a Memphis nel 1968, presenza, quella di Jackson, che era accanto a King nei momenti cruciali delle mobilitazioni, a partire dalla celebre marcia da Selma a Montgomery del 1965, un evento che contribuì in modo determinante all’approvazione del Voting Rights Act -4-6.

Nato a Greenville, nella Carolina del Sud, nel 1941, in un’America ancora dominata dalle leggi sulla segregazione razziale, Jackson assorbì presto la lezione della disobbedienza civile e della lotta nonviolenta, sebbene il suo stile, più ambizioso e talvolta controverso rispetto a quello di altri esponenti del movimento, lo portasse spesso a cercare la ribalta mediatica -3-6. Dopo la morte di King, i rapporti con il successore alla guida della Southern Christian Leadership Conference, Ralph Abernathy, si fecero tesi, fino alla rottura definitiva del 1971, anno in cui Jackson fondò a Chicago l’organizzazione Operation PUSH (People United to Save Humanity), un’iniziativa che mirava a promuovere il riscatto sociale ed economico della comunità nera attraverso l’attivismo e la pressione politica -3-4. Da lì, qualche anno più tardi, sarebbe nata la Rainbow/PUSH Coalition, un’alleanza multirazziale che tentava di unire neri, bianchi, latinos e altri gruppi emarginati attorno a un programma di giustizia sociale, un progetto che allargava il perimetro della lotta oltre i confini strettamente razziali -3-4.

Furono le campagne per le primarie democratiche del 1984 e del 1988, però, a proiettare Jackson sulla scena nazionale in un ruolo inedito per un uomo di colore: quello di serio contendente alla Casa Bianca -1-7. Se nel primo tentativo la sua corsa si fermò, nel 1988 riuscì a vincere in undici Stati, raccogliendo milioni di voti e dimostrando come il suo messaggio potesse superare le barriere etniche -8. Pur non ottenendo la nomination, quelle due campagne, che contribuirono a registrare oltre due milioni di nuovi elettori afroamericani, spianarono la strada, un paio di decenni più tardi, all’ascesa di Barack Obama, verso il quale Jackson ebbe però, nel corso del 2008, un clamoroso scivolone verbale: intercettato con un microfono ancora acceso, si lasciò andare a espressioni durissime nei confronti del futuro presidente, criticato per quello che Jackson percepiva come un atteggiamento remissivo verso l’elettorato bianco -6-10.

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