Il lungo cammino di Jesse Jackson, dalla morte di King alle candidature alla Casa Bianca

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il colpo di fucile esploso da James Earl Ray dalla finestra di una pensione di fronte, quel 4 aprile 1968, non spezzò soltanto la mascella di Martin Luther King, ma anche il nodo della sua cravatta, mentre il leader del movimento per i diritti civili si trovava sul balcone della stanza 306 del Lorraine Motel di Memphis, nel Tennessee. Con lui, in quei momenti concitati che precedettero la fine di un'era, c'era un giovane e promettente attivista, un reverendo battista di appena ventisei anni: Jesse Jackson, che poi avrebbe dedicato la sua intera esistenza a portare avanti quel testimone caduto, trasformando il sangue versato in una spinta inarrestabile verso l'uguaglianza -5.

Dopo l'annuncio della sua scomparsa, avvenuta all'età di ottantaquattro anni nella sua casa di Chicago, circondato dall'affetto dei suoi cari, è doveroso ripercorrere le tappe di una vita che si è intrecciata in modo indissolubile con la storia americana -1. La famiglia, attraverso una nota diffusa dalla Rainbow PUSH Coalition, l'organizzazione che lui stesso aveva fondato, ha voluto ricordarlo non solo come un padre, ma come un "leader servitore" per gli oppressi e i senza voce di tutto il mondo, chiedendo di onorarne la memoria proseguendo la lotta per i valori di giustizia e amore che ne hanno guidato l'esistenza -4. Una richiesta, questa, che arriva dopo anni di battaglie contro un male neurodegenerativo, prima il Parkinson diagnosticato nel 2017 e poi, dall'aprile dell'anno scorso, la conferma di una forma più grave, la paralisi sopranucleare progressiva, che lo aveva costretto a frequenti ricoveri, l'ultimo dei quali lo scorso novembre a causa di infezioni legate alla progressione della malattia -4-8-9.

L'eredità di Memphis e la nascita di un leader

La presenza di Jackson al Lorraine Motel, in quella fatidica giornata, non fu casuale, ma rappresentò il culmine di un impegno civile iniziato anni prima, quando aveva partecipato alle storiche marce da Selma a Montgomery, nel 1965, accanto al suo mentore -6-8. La memoria di quel momento tragico, come lui stesso ebbe modo di raccontare in numerose interviste, rimase per sempre una ferita aperta, uno choc traumatico fatto di dolore e rabbia, ma anche la consapevolezza che "un proiettile non può uccidere un movimento" -5-8. Fu quella la scintilla che ne determinò il percorso: raccogliere l'eredità di King e trasformare l'ira in azione politica concreta, fondando nel 1971 a Chicago l'organizzazione Operation PUSH (People United to Serve Humanity), con l'obiettivo di migliorare le condizioni economiche e sociali delle comunità afroamericane attraverso boicottaggi mirati contro grandi aziende, ottenendo contratti e posti di lavoro per le minoranze -1-8.

Due campagne presidenziali e la Rainbow Coalition

Negli anni Ottanta, Jackson compì un passo audace e, per molti versi, inaspettato: candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti. Lo fece due volte, nel 1984 e nel 1988, correndo per la nomination democratica e infrangendo barriere che sembravano incrollabili -2. Se nella prima corsa raccolse il diciotto per cento dei voti, piazzandosi terzo, nella seconda la sua campagna acquisì una maturità e una forza trascinanti, arrivando a vincere undici primarie e caucus e raccogliendo quasi sette milioni di consensi -1-7. Fu in quegli anni che lanciò la Rainbow Coalition, una coalizione volutamente eterogenea che univa afroamericani, bianchi, latinos, asiatici e membri della comunità LGBTQ, un esperimento politico che contribuì a ridefinire l'elettorato democratico e a gettare le basi per la successiva ascesa di Barack Obama, anche se con quest'ultimo, va ricordato, ci fu qualche attrito personale che non ne scalfì il ruolo di pioniere -1-6.

Il negoziatore internazionale e gli ultimi anni

Oltre all'impegno domestico, il reverendo Jackson giocò un ruolo di primo piano anche sulla scena internazionale, mettendo le sue doti di mediatore al servizio della liberazione di ostaggi e prigionieri politici in Paesi come Siria, Cuba e, durante la guerra in Kosovo, nella ex Jugoslavia, dove ottenne il rilascio di tre soldati americani -2-8. Un'attività, questa, che gli valse nel 2000 la Medaglia Presidenziale della Libertà, il più alto riconoscimento civile degli Stati Uniti, conferitogli da Bill Clinton -8. Nonostante i problemi di salute che negli ultimi anni lo avevano costretto sulla sedia a rotelle e a un ricovero costante, la sua figura ha continuato a rappresentare un punto di riferimento imprescindibile, un testimone diretto di un passato ingombrante e un instancabile costruttore di ponti verso un futuro più equo, fino alla sua ultima apparizione pubblica significativa alla convention democratica di Chicago nel 2024 -6-10.

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