Pier Silvio Berlusconi: «Voterò sì, è questione di civiltà e modernità»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un’atmosfera che non somiglia affatto a quella di una normale routine aziendale, quella che si respira a Cologno Monzese, dove l’amministratore delegato di Mfe ha convocato i giornalisti per quello che, nelle intenzioni, doveva essere un bilancio complessivo. E invece, tra un argomento e l’altro, il figlio del fondatore, colui che oggi guida il gruppo televisivo, ha sentito il bisogno di uscire dal perimetro strettamente imprenditoriale per calarsi in un ruolo diverso: quello del cittadino chiamato a esprimersi sull’imminente consultazione referendaria. Lo ha fatto con la schiettezza che talvolta gli si riconosce, mettendo in fila una serie di considerazioni che, se da un lato ribadiscono la linea di equidistanza garantita dalle sue reti (un servizio pubblico, per certi versi, fatto in casa privata), dall’altro non lasciano spazio a interpretazioni su quale sia la sua personale scelta. Voterà sì, lo dice senza esitazione, e per giunta «convintissimamente». Non è un’opzione di bandiera, a suo dire, bensì una scelta che affonda le radici in un terreno più solido e apparentemente meno sporcato dalla politica: la civiltà, appunto, e la modernità di un Paese che, se vuole dirsi democratico, deve tenere il passo con i tempi.
La precisazione, in questo caso, arriva quasi subito, come se volesse blindare la dichiarazione da possibili strumentalizzazioni. Parla da editore, sottolinea, e in quella veste il dovere è quello di garantire spazio a entrambi gli schieramenti – cosa che, assicura, puntualmente avviene – ma quando il discorso scivola sul piano privato, sul momento in cui entrerà nella cabina elettorale domenica o lunedì mattina, allora la voce cambia di registro. Non si tratta, insiste, di schierarsi per un partito o per una coalizione: è una questione che riguarda il futuro del Paese, un passaggio che definisce «fondamentale» e che, nelle sue parole, assume i contorni di un dovere civico non negoziabile. A pochi giorni dal voto, questa presa di posizione si inserisce in un coro che, dalle aule parlamentari alle piazze, sta cercando di mobilitare il fronte del “Sì”, con la consapevolezza che, in assenza del quorum, la partita si gioca tutta sulla capacità di portare gli elettori ai seggi. E così, mentre la premier Giorgia Meloni moltiplica gli appelli sui social, mostrando la matita e la scheda elettorale in un videopodcast destinato a un pubblico più giovane e meno tradizionalmente politicizzato, dal mondo dell’imprenditoria arriva un sostegno che, per quanto calibrato, suona come un avallo importante.
La campagna e il confronto televisivo
L’eco di queste parole si riverbera in uno scenario mediatico che, nelle ultime settimane, ha intensificato i toni del confronto. Le reti, del resto, non sono solo lo strumento attraverso cui si veicolano i messaggi, ma anche il palcoscenico dove le opposte fazioni si misurano. È il caso, ad esempio, dello spazio offerto da “Tg4 - Diario del giorno”, che ha ospitato un vero e proprio testa a testa tra esponenti di spicco: da una parte Ettore Rosato a sostegno del “Sì”, dall’altra Matteo Ricci per il “No”; così come, in un’altra puntata, si è assistito al confronto tra Antonio Di Pietro – che ha scelto di sostenere la riforma con la consueta verve – e Clemente Mastella, schierato su posizioni contrarie. Questa par condicio imposta dai regolamenti, in realtà, fa da contraltare a una campagna che, nei fatti, è partita da mesi e che ha trovato nella narrazione dei casi giudiziari ad alta tensione emotiva un veicolo di comunicazione potente, spesso difficilmente inquadrabile nelle classiche griglie della propaganda referendaria.
Il punto centrale, nel dibattito che si è sviluppato, resta naturalmente il merito della riforma: quella separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri che, dopo anni di dibattito, ha ottenuto il via libera definitivo dal Parlamento. Per i sostenitori del “Sì”, come del resto ha ribadito anche Pier Silvio Berlusconi, si tratta di un adeguamento a standard di civiltà giuridica che altrove già esistono, un modo per garantire al cittadino un giudice realmente terzo rispetto all’accusa. Per i detrattori, invece, la modifica costituzionale rischia di smantellare l’unicità del sistema italiano, aprendo la strada a possibili ingerenze del potere politico sull’operato dei pm, un argomento, quest’ultimo, su cui l’Associazione Nazionale Magistrati ha cercato di mobilitare il fronte del “No” senza, però, volersi lasciare troppo abbracciare dalle opposizioni per non perdere la propria natura tecnica.




