Valerie Perrine, la musa di Fosse e la Miss Teschmacher di Superman, se ne va a 82 anni

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il mondo del cinema perde un’attrice capace di incarnare, con una rara alchimia, la fragilità e la forza. Valerie Perrine, la cui carriera è stata segnata da una nomination all’Oscar per l’interpretazione della tormentata Honey Bruce in Lenny di Bob Fosse, si è spenta lunedì nella sua casa di Beverly Hills. Aveva 82 anni, non 81 come inizialmente riportato da alcune fonti, e da oltre un decennio combatteva contro il morbo di Parkinson, una diagnosi, quella ricevuta nel 2015, che le aveva progressivamente rubato la mobilità e la parola. A darne l’annuncio, attraverso un post sui social, è stato il compagno Stacey Souther, che ne è stato anche il caregiver negli ultimi, difficili anni.

Souther, nel suo messaggio, ha voluto sottolineare l’atteggiamento tenuto dall’attrice di fronte alla malattia: una battaglia condotta con un coraggio che lui stesso ha definito incredibile, senza mai concedersi al lamento. Una dignità che sembra riflettere il percorso di una donna che, prima di diventare un volto noto al grande pubblico, aveva calcato le scene di Las Vegas come showgirl. Un passato, quello della ribalta di Vegas, che forse le aveva già insegnato a reggere il palcoscenico della vita con una certa fierezza.

Fu proprio quella sua presenza scenica, audace e magnetica, a catturare l’attenzione di Hollywood. Dopo un esordio nel cinema con Mattatoio n. 5 di George Roy Hill nel 1972, la svolta arrivò due anni più tardi. Il ruolo di Honey Bruce, la moglie del comico irriverente Lenny Bruce interpretato da Dustin Hoffman, le valse il premio come migliore attrice al Festival di Cannes, un BAFTA come nuova promessa e, soprattutto, la candidatura all’Oscar. Un riconoscimento che, per un’attrice agli esordi, rappresentava già un’investitura a icona. Tuttavia, come spesso accade, la celebrità si misurò presto con i meccanismi spietati del sistema: l’attrice non mancò di sottolineare come il flop del musical Can’t Stop the Music (1980), al fianco dei Village People, le avesse di fatto compromesso la carriera, spingendola a rifugiarsi in Europa per l’imbarazzo.

Se Lenny rappresenta il suo apice artistico, per milioni di spettatori Valerie Perrine rimarrà per sempre Eve Teschmacher. Nei due film di Superman diretti da Richard Donner, con Christopher Reeve, interpretava la fidanzata del genio del male Lex Luthor, un ruolo che le consentiva di bilanciare la complicità con il villain (interpretato da Gene Hackman) e un’umanità inaspettata. In una delle scene più celebri del film del 1978, è proprio lei, mossa dall’amore per la madre residente a Hackensack, a tradire Luthor per salvare l’uomo d’acciaio, indebolito dalla kryptonite. Quel mix di fascino, leggerezza e una punta di coscienza le regalò un posto indelebile nell’immaginario collettivo.

La sua parabola artistica, intensa e spesso sottovalutata, si è intrecciata anche con alcune vicende oscure della cronaca americana. Perrine sfiorò la morte in più di un’occasione: fu invitata alla residenza di Sharon Tate la notte in cui vi irruppero i seguaci di Charles Manson, ma dovette rinunciare per impegni di lavoro. Una vita costellata di incontri e storie importanti, dai legami sentimentali fino al lavoro con registi del calibro di Sydney Pollack in Il cavaliere elettrico (1979), accanto a Robert Redford, e con Jack Nicholson in La strada del ritorno (1982). Negli ultimi anni, lontana dai riflettori, si era ritirata nella sua casa di Beverly Hills, dove il compagno Souther l’ha accudita fino all’ultimo, dando ora avvio a una raccolta fondi per realizzare il suo ultimo desiderio: essere sepolta al Forest Lawn Memorial Park.

Il peso del Parkinson e gli ultimi anni lontano dal set

Il compagno Stacey Souther, attraverso un post su Facebook, ha voluto condividere non solo la notizia della scomparsa ma anche il tributo a una donna che “ha affrontato il Parkinson con incredibile coraggio e dignità, senza mai lamentarsi”. La malattia, diagnosticata nel 2015, l’aveva costretta a un progressivo ritiro dalle scene. Già nel 2011, prima della diagnosi ufficiale, si erano manifestati i primi sintomi legati a tremori essenziali, un percorso di salute che si è rivelato lungo e logorante tanto da esaurirne le risorse economiche. Una condizione, questa, che ha spinto il compagno a promuovere una campagna di crowdfunding per coprire le spese del funerale, un ultimo atto di amore per un’attrice che aveva speso la sua vita nell’arte.

Dalle luci di Las Vegas alla nomination all’Oscar

Prima di essere candidata alla statuetta d’oro, Perrine coltivava il sogno di diventare psicologa, abbandonando l’università per intraprendere la carriera di ballerina a Las Vegas, una scelta che all’epoca fece infuriare il padre. Il salto sul grande schermo avvenne quasi per caso, grazie a un provino in cui si presentò con un costume da top-less indossato nei locali notturni. La svolta artistica arrivò con Bob Fosse: Lenny non solo le regalò la nomination all’Oscar come migliore attrice (premio poi andato a Ellen Burstyn per Alice non abita più qui), ma la consacrò come una delle interpreti più audaci e sensibili del suo tempo. Fu l’inizio di un decennio d’oro che l’avrebbe vista alternare produzioni di prestigio a blockbuster come Superman.

Eve Teschmacher, un’icona pop oltre il genere supereroistico

Se Lenny le diede il crisma del cinema d’autore, fu Superman a trasformarla in un’icona pop globale. Il personaggio di Eve Teschmacher, assistente e amante di Lex Luthor, possedeva una complessità inaspettata per una pellicola di questo genere: non una semplice comparsa, ma una donna divisa tra l’ammirazione per il cattivo e la propria moralità. Nel primo film del 1978, la sua decisione di salvare Superman deviando il missile diretto verso Hackensack – dove vive sua madre – rappresenta uno dei momenti di maggiore umanità del film. Un ruolo che le valse una candidatura al Saturn Award e che, a distanza di decenni, rimane uno dei più amati dai fan del supereroe.

Un’eredità cinematografica tra coraggio e contraddizioni

La carriera di Valerie Perrine, durata oltre quarant’anni, racconta la storia di un’attrice capace di spaziare dal dramma intimista di Lenny alla commedia brillante di Cosa vogliono le donne (2000), dove recitò accanto a Mel Gibson. Non mancarono i progetti controversi, come il biografico W.C. Fields and Me (1976), ma la sua eredità rimane legata a quella capacità di rendere credibili personaggi femminili spesso ai margini delle narrazioni maschili. Con la sua scomparsa, si chiude un capitolo importante del cinema americano degli anni Settanta, quello di un’epoca in cui attrici come lei riuscivano a essere allo stesso tempo sex symbol e interpreti di grande spessore drammatico, senza mai perdere di vista la propria autenticità.

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