Trump domina la scena mediorientale tra diplomazia e show
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Dalla platea della Knesset alle sale di attesa di Sharm el-Sheikh, l'ombra di Donald Trump si è allungata sul Medio Oriente, trasformando una giornata dedicata alla diplomazia in un personale one-man show. Mentre a Gerusalemme il presidente degli Stati Uniti teneva un discorso che mescolava toni solenni a momenti spettacolari, a Sharm una fila di leader internazionali, meno potenti di lui, lo attendeva in un silenzio rassegnato per quasi quattro ore, in una scena che ha simbolicamente riassunto i nuovi equilibri di potere. La sua presenza, che doveva essere un sostegno alla liberazione di venti ostaggi e alla firma dell'accordo per Gaza, ha finito per catalizzare ogni attenzione, ridisegnando i piani e i tempi di una delicatissima operazione.
Il processo Netanyahu e l'ombra della grazia
Sullo sfondo delle mosse diplomatiche di Trump, procede il processo a carico di Benjamin Netanyahu, il primo premier in carica nella storia di Israele a essere incriminato, nel 2019, per accuse di corruzione, frode e abuso di ufficio. L'attuale primo ministro, che si è sempre dichiarato non colpevole definendo le accuse un "tentato golpe" e una "caccia alle streghe", è atteso in tribunale a Gerusalemme dopo il rigetto della sua richiesta di rinvio. La sua difesa aveva invocato impegni diplomatici urgenti, uno dei quali con il presidente cipriota, ma i giudici non hanno concesso ulteriori proroghe, in un procedimento che si intreccia inevitabilmente con le relazioni internazionali e le recenti dichiarazioni di Trump, il quale ha pubblicamente accennato alla possibilità di concedere la grazia all'alleato.
La macchina diplomatica parallela di Washington
A sigillare l'intesa per Gaza, secondo quanto riportato, non è stata solo la diplomazia ufficiale ma un faccia a faccia riservato e pragmatico, lontano dai protocolli tradizionali. Gli inviati americani, infatti, si sarebbero incontrati con una delegazione di Hamas, in un vertice la cui stessa esistenza delinea un approccio non convenzionale voluto dall'amministrazione Trump. Questo dialogo, che ha bypassato i canali consueti, ha coinvolto figure vicine al presidente e ha trattato direttamente con rappresentanti dell'organizzazione, incluso un alto esponente che era stato obiettivo di un raid israeliano, dimostrando una volontà ferrea di giungere a un accordo con ogni mezzo disponibile, senza lasciarsi intimorire dalle complessità politiche.
Una giornata di luci e ombre tra due capitali
L'agenda fittissima del presidente, che lo ha portato da Tel Aviv a Gerusalemme e poi in Egitto, ha messo in scena il suo stile diretto e al tempo stesso teatrale. Alla Knesset, l'intervento si è trasformato in un momento di alto impatto mediatico, mentre l'incontro con i familiari degli ostaggi ha aggiunto un tono di umanità a una visita altrimenti molto politica. Il trasferimento a Sharm el-Sheikh per il vertice con una ventina di leader ha poi completato il quadro di una strategia che unisce la sostanza degli accordi alla spettacolarizzazione del potere, dove l'attesa imposta agli altri capi di stato è diventata parte integrante del messaggio di forza e centralità che Trump intende proiettare nella regione.




