La mossa di Trump sul Venezuela: scontro con Exxon e la corsa delle piccole compagnie

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La forzata deposizione di Nicolas Maduro, catturato dagli Stati Uniti la scorsa settimana, ha aperto una fase delicatissima per il futuro del Venezuela, un Paese dalle immense riserve petrolifere ma con infrastrutture energetiche ridotte in condizioni critiche da anni di mala gestione e sanzioni internazionali. L’obiettivo dichiarato dell’amministrazione Trump, che non nasconde la sua intenzione di plasmare gli assetti del Paese latinoamericano, è attirare miliardi di dollari in investimenti da aziende statunitensi e internazionali per tentare di risollevare quel settore strategico. Tuttavia, come emerso da un incontro alla Casa Bianca con i vertici delle major del petrolio, la strada si prevede accidentata e punteggiata da frizioni impreviste, alcune delle quali nate proprio all’interno di quella riunione.

Il fronte delle big oil tra diffidenza e opportunità

Robert Wescott, già capo dei consiglieri economici di Bill Clinton, osserva che i veri vincitori di questo cambiamento epocale potrebbero non essere i colossi tradizionali dell’energia, spesso più cauti e strutturati, ma una moltitudine di start-up e piccole aziende del settore, notoriamente più propense ad assumersi rischi elevati pur di cogliere l’occasione della vita. Queste realtà, infatti, vedono nello sfruttamento delle risorse del Venezuela – teoricamente il Paese petrolifero più potente al mondo – una possibilità unica di crescita, nonostante il quadro giuridico e di sicurezza rimanga ancora indefinito. La diffidenza delle grandi major, d’altra parte, è tangibile e si basa su valutazioni di stabilità politica e di ritorno economico a lungo termine, elementi che, allo stato attuale, appaiono tutto fuorché garantiti.

Lo scontro diretto con ExxonMobil

Proprio questa diffidenza ha provocato una reazione diretta e senza mezzi termini da parte del presidente Trump, il quale ha dichiarato di essere «orientato a lasciare Exxon fuori» dai futuri progetti nei pozzi venezuelani. La presa di posizione è una risposta netta alle dichiarazioni dell’amministratore delegato della compagnia, Darren Woods, il quale, durante l’incontro alla Casa Bianca, aveva apertamente definito il Venezuela «non investibile», esprimendo forti perplessità sulla concretezza di un impegno finanziario in quel territorio. «Non mi è piaciuta la risposta di Exxon», ha affermato Trump, autoproclamatosi in quell’occasione «presidente ad interim» per gli affari venezuelani, segnalando come la sua amministrazione potrebbe deliberatamente escludere la ration da qualsiasi accordo futuro, in una mossa che mescola politica energetica, pressione diplomatica e una chiara volontà di dettare le regole del gioco.

Le incognite sullo scenario futuro

La situazione, dunque, si presenta paradossale: da un lato la Casa Bianca spinge per un massiccio intervento privato per ripristinare le capacità produttive venezuelane, dall’altro si scontra con il realistico scetticismo dei grandi player, abituati a calcoli ben più ponderati. Questo contrasto rischia di lasciare il campo libero a operatori minori, la cui capacità finanziaria e tecnologica, seppur agguerrita, potrebbe non essere sufficiente a un’impresa di così vasta portata in tempi brevi. Nel frattempo, le manovre politiche e giudiziarie per definire la nuova governance del Paese procedono, mentre l’ombra di altri Stati considerati instabili, come Cuba – indicata da alcuni analisti come il prossimo possibile obiettivo di attenzione – si allunga sullo scacchiere geopolitico dell’America Latina.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.