Longevità, cosa conta davvero: l'età biologica e le sette abitudini che allungano la vita sana
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Redazione Salute
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La longevità non è un elisir miracoloso, ma la somma di tante piccole resilienze — genetiche, metaboliche, comportamentali — che, tutte insieme, fanno l'impresa. È questa la sintesi che emerge dalle ricerche più recenti sul tema, in un momento in cui la sostenibilità del welfare è sempre più in crisi e si alza l'asticella dell'età pensionabile, sottraendo mesi al riposo dei cosiddetti "ragazzi della silver economy".
Il cervello non va in pensione
Il professor Gilles Allali del CHUV, Leenaards Memory Center dell'Ospedale Universitario di Losanna, assicura che il nostro cervello può continuare a svilupparsi anche in età avanzata. A patto di non mandarlo in pensione, ma di continuare a stimolarlo. Il 2026 sarà ricordato come l'anno della svolta nelle ricerche sulla longevità, con l'avvio degli studi first in human sulla riprogrammazione cellulare epigenetica: è il caso del trattamento di un paziente affetto da glaucoma con i cosiddetti fattori di Yamanaka per ringiovanire le cellule dell'occhio danneggiate.
Un consorzio guidato dal Mount Sinai di New York ha poi pubblicato la mappa genetica cerebrale più dettagliata mai realizzata, basata su 6,3 milioni di cellule da quasi 1.500 donatori: il cervello invecchia a scatti, con tre momenti di snodo, e dopo i 60 anni si verifica un vero e proprio tsunami di cambiamenti molecolari, quando le cellule immunitarie smettono di seguire l'orologio circadiano e iniziano a muoversi al ritmo dettato da stress e infiammazione.
L'età biologica conta più di quella anagrafica
Per il professor Annibale Puca, Research Group Leader presso l'IRCCS MultiMedica e Preside della Facoltà di Medicina all'Università di Salerno, impegnato da anni nello studio del DNA dei centenari, sul tema regna una gran confusione. «Troppo spesso il termine "centenario" viene utilizzato impropriamente, lasciando intendere alle persone che si possa arrivare a cento anni seguendo una data alimentazione o certe abitudini», afferma.
La prima cosa da chiarire è cosa si intende per longevità: una cosa è vivere meglio, in salute, guadagnando qualche anno in più; un'altra è la longevità estrema, quella dei centenari. In base ai suoi studi, i centenari che abitano le cosiddette "zone blu" — Okinawa, Sardegna, Icaria, Nicoya, Loma Linda — possono essere definiti "isolati genetici", individui con caratteristiche genetiche particolari che, avendo anche un valore protettivo da alcuni tipi di malattia, garantiscono una maggiore longevità. Copiare una dieta senza il contesto sociale e ambientale non garantisce gli stessi effetti.
Le sette abitudini che fanno la differenza
La professoressa Heike A. Bischoff-Ferrari dell'Università di Basilea ha presentato al Longevity Forum Deutschland sette fattori per i quali, tra gli studiosi dell'invecchiamento, esiste un consenso su una buona evidenza scientifica: dormire a sufficienza, muoversi adeguatamente, imparare cose nuove, gestire bene lo stress, seguire un'alimentazione sana, coltivare i contatti sociali e non fumare. Molte di queste misure non costano nulla, ma richiedono costanza.
Bischoff-Ferrari raccomanda piccoli cambiamenti per la quotidianità: già prendere più spesso le scale può essere un passo in questa direzione, perché ogni scala è un regalo. Un'analisi della Nurses' Health Study citata al forum mostra come le donne che a 50 anni non fumavano, avevano un indice di massa corporea normale, erano attive almeno trenta minuti al giorno, seguivano una dieta mediterranea e consumavano alcol con moderazione avessero una speranza di vita di ulteriori 43 anni, contro i 29 anni di quelle che non presentavano nessuno di questi requisiti.
La sfida dei cento anni
Nonostante il boom di ricerche anti-aging, Pawel Kordowitzki e Kejun Ying in un commento pubblicato su Aging hanno riportato tutti con i piedi per terra, ricordando che al momento non è possibile dare consigli fondati su come arrivare al secolo di vita. Uno studio multiomico di Santos-Pujol e colleghi pubblicato sullo stesso numero del giornale smentisce l'assunto ciceroniano che la vecchiaia sia di per sé una malattia: non è vero che gli anni che passano debbano necessariamente essere gravati da acciacchi a non finire.
I centenari, secondo questa ricerca, mostrano sì indicatori canonici dell'età avanzata come l'accorciamento dei telomeri e mutazioni clonali, ma conservano contemporaneamente molteplici attributi molecolari e funzionali di salvaguardia, tra cui polimorfismi genetici protettivi, un profilo lipidomico metabolicamente vantaggioso, una composizione del microbiota intestinale antinfiammatoria e un profilo epigenomico caratterizzato da integrità genomica.
I legami sociali come investimento
Un team di ricerca guidato dalla Cornell University ha pubblicato sulla rivista Brain, Behavior, & Immunity - Health uno studio che analizza i dati di oltre 2.100 americani, esaminando i legami sociali costruiti nel corso degli anni e confrontandoli con le misurazioni dell'invecchiamento biologico attraverso gli orologi epigenetici.
I ricercatori hanno misurato sedici indicatori in quattro aree di connessione sociale: calore e sostegno dei genitori durante l'infanzia, coinvolgimento nella comunità e nel vicinato, coinvolgimento religioso e supporto continuo da parte di amici e familiari in età adulta. Il livello di connessione delle persone con la propria comunità è risultato il fattore più importante per l'invecchiamento sano, seguito dai rapporti positivi con amici e familiari.
Anthony Ong, primo autore dello studio, raccomanda di considerare la vita sociale come un investimento a lungo termine, simile a un piano pensionistico: prima si inizia a investire e con maggiore costanza si contribuisce, maggiori saranno i rendimenti.
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