Roma, blocco ai minimarket nel centro storico fino al 2029: «Attività ridotte del 90%»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il Campidoglio non arretra di un millimetro sulla linea che ormai da anni – attraverso provvedimenti pensati per arginare la turistificazione selvaggia – tenta di restituire un’identità commerciale al cuore monumentale della città. La giunta capitolina ha infatti deciso di prorogare fino al 2029 il divieto di nuove aperture per minimarket e attività analoghe nell’area tutelata dall’Unesco, un’estensione che arriva dopo il via libera del Consiglio di Stato: i giudici amministrativi, lo scorso gennaio 2026, hanno dichiarato legittime le restrizioni volute da Roma Capitale, spianando la strada a un intervento ancora più strutturato. Così, mentre in molte altre città europee si discute dell’impatto del turismo di massa, nella capitale si sceglie di agire sui parametri commerciali, con l’obiettivo dichiarato di frenare quella che l’amministrazione definisce «proliferazione indiscriminata» di esercizi a vocazione meramente stagionale.

«Una grande diminuzione dei trasferimenti senza condizioni»

A spiegare nel dettaglio l’architrave del provvedimento è Andrea Alemanni, presidente della Commissione Commercio e autore della delibera originaria: il dem racconta, quasi a mo’ di cronaca di un cantiere ancora aperto, come il sistema pensato da Palazzo Senatorio abbia già prodotto risultati tangibili. «Con il blocco e i nostri parametri rigorosi – sottolinea – le attività sono state ridotte del 90%». Un dato, questo, che secondo Alemanni restituisce la portata del fenomeno prima dell’intervento: trasferimenti di licenze da una zona all’altra, talvolta realizzati senza alcuna verifica sostanziale, finivano per alimentare un circuito nel quale la qualità dell’offerta veniva subordinata alla rendita immediata. «Una grandissima diminuzione dei trasferimenti indiscriminati senza condizioni, come avveniva prima», ribadisce il presidente della Commissione, quasi a voler segnare un prima e un dopo nella gestione del commercio nel centro storico.

Il paradosso del divieto assoluto e la soluzione sulla grandezza dei locali

C’è però un nodo giuridico che Alemanni non elude e che anzi rappresenta il cuore tecnico della delibera: il divieto di apertura assoluto – spiega – sarebbe illegittimo. Nessuna amministrazione, neppure quella capitolina, può semplicemente sigillare un’intera categoria merceologica senza offrire uno spiraglio normativo. La soluzione escogitata a Palazzo Senatorio è tutta nella formula «apertura condizionata alla grandezza dei locali»; una clausola che di fatto stringe il cappio attorno ai mini market e ai negozi di souvenir, perché li subordina a parametri dimensionali così rigidi da renderne economicamente improponibile l’insediamento nel cuore della città. Se non fosse stato adottato questo schema – ragiona Alemanni – «negli ultimi tre anni avrebbero aperto un centinaio di negozi di souvenir, felpe, accendini. Paccottiglia». La scelta lessicale, volutamente cruda, traduce una frustrazione che da tempo accomuna residenti e commercianti tradizionali di via del Corso e dei tridentini.

Patrimonio Unesco e battaglia per l’imprenditoria sana

L’intervento normativo non nasce dal nulla, ma s’inserisce in una strategia più ampia che l’amministrazione capitolina conduce ormai da diverse legislature. «Continuiamo la nostra battaglia per la qualità del commercio in centro storico – attacca Alemanni –. Confermiamo il divieto di nuove aperture per i minimarket». E aggiunge che l’obiettivo è lavorare per «inserire condizioni e parametri che favoriscano l’imprenditoria sana tutelando i residenti». Tradotto: niente più traslochi silenziosi di licenze, niente più bazar che si moltiplicano a pochi passi dal Pantheon o da piazza Navona stravolgendo il mix sociale e commerciale del Centro Storico. Il provvedimento, che ora guarda al 2029, consolida così un impianto normativo già rodata e benedetto dalla magistratura amministrativa. La linea di Roma, insomma, resta quella di un contenimento senza tentennamenti: un messaggio che il Comune lancia tanto agli operatori del settore quanto a quelle catene che avevano intravisto nella capitale una piazza facile per espandere il modello del low cost urbano.

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