Liegi-Bastogne-Liegi, la sfida generazionale tra Pogacar, Evenepoel e il fenomeno Seixas

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Liège, 26 aprile 2026 – La “Doyenne”, la più antica delle Classiche Monumento, scatta ufficialmente alle ore 10 di questa mattina dal cuore pulsante di Place Saint-Lambert, per un percorso che da sempre scolpisce il mito degli scalatori più che dei semplici passisti. La carovana della 112ª edizione si appresta a divorare 259,5 chilometri di asfalto vallone, un tracciato che non concede tregua fino al ritorno sul lungofiume del Quai des Ardennes. Con undici côtes all’attivo e un dislivello complessivo che sfiora i 4.400 metri, la selezione naturale promette di essere spietata: dalla prima asperità della Côte de Saint-Roch (83,7 km al via, 1 km all’11,2% medio) fino alle pendenze proibitive della Côte de la Roche-aux-Faucons, posta a 13 km dalla conclusione con punte dell’11%. L’attenzione degli addetti ai lavori, in questa domenica di fine aprile, è catalizzata principalmente dal terzetto di fuoriclasse che animerà le fasi calde della corsa. Da un lato c’è Tadej Pogacar, 28 anni, freschissimo – e forse leggermente amareggiato – dal secondo posto alla Parigi-Roubaix, dove il Grande Slam delle monumento gli è sfumato tra i sanpietrini del Nord. Lo sloveno, già vincitore della Liegi nel 2021, 2024 e 2025, si presenta con la targa numero 1 e la consapevolezza di avere “gambe pronte” dopo i giorni di recupero post inferno del pavé. C’è poi Remco Evenepoel, il padrone di casa che ha vestito il ruolo di idolo delle Ardenne conquistando la corsa nel 2022 e 2023, e che proprio una settimana fa ha alzato le braccia al cielo sul traguardo dell’Amstel Gold Race, lanciando un segnale chiaro ai rivali. E infine, a rompere le gerarchie consolidate, spunta il francese Paul Seixas: a soli 19 anni, dopo aver dominato il Giro dei Paesi Baschi e aver conquistato la Freccia Vallone sul Muro di Huy, il giovane della Decathlon si avvia a giocarsi le sue carte senza timori reverenziali.

Undici salite per un verdetto, il trittico delle Ardenne si chiude con l’incognita Seixas

La corsa si snoda su un anello che tocca Bastogne per poi rientrare a nord verso Liegi, ed è proprio nel ritorno che la tensione toccherà i picchi massimi. Il gruppo dovrà superare il Col de Haussire (3.9 km al 6,8%) circa a metà percorso, per poi affrontare una sequenza micidiale nell’ordine di Wanne, Stockeu e Haute-Levée. La vera e propria arena del duello, però, resta la Côte de la Redoute (1,6 km al 9,4%): posizionata a 34 km dal traguardo, è qui che negli ultimi anni Pogacar ha infilato i suoi colpi da ko, accelerazioni brucianti che hanno spezzato le gambe degli inseguitori. Quest’anno, tuttavia, il panorama tattico potrebbe subire una scossa. Seixas ha dimostrato di possedere una forza impressionante nelle volate in salita e, pur dichiarando alla vigilia che “parlare di vittoria su Pogacar è pazzia”, il suo stato di forma attuale lo rende un pericolo concreto. Il percorso è stato inoltre arricchito dal Col du Maquisard (2,4 km al 5,7%), una novità che, secondo Pogacar, “non cambierà molto, ma spezzerà ulteriormente il ritmo negli ultimi 50 km”. La stanchezza accumulata nella settimana del trittico – dopo Amstel e Freccia – giocherà un ruolo fondamentale, premiando chi avrà saputo dosare meglio le energie. Lo stesso Evenepoel ha cercato di smorzare l’entusiasmo intorno al collega francese, ricordando la differenza abissale tra una corsa di 200 km come Huy e una maratona di oltre 260 km: “Tadej e io abbiamo più esperienza e probabilmente un motore più potente”, ha detto il belga, che cercherà il tris nella sua classica del cuore.

L’Italia a secco dal 2007, tra speranze Ciccone e la memoria storica

Se il vertice della classifica parla sloveno, belga e francese, il movimento italiano attende con trepidazione l’esito di una gara che per troppo tempo è stata dolce. L’ultimo successo azzurro risale infatti al 2007 con Danilo Di Luca, un digiuno che sembrava interminabile già quando la generazione di Nibali e Scarponi inseguiva, e che oggi pesa ancora di più guardando l’albo d’oro. Le speranze sono riposte principalmente in Giulio Ciccone, giunto secondo nello scorso anno alle spalle proprio di Pogacar, una piazza d’onore che ha riacceso i riflettori su una nazionale che nelle Ardenne, storicamente, ha sempre saputo dire la sua. Per comprendere l’importanza di questo legame, bisogna guardare indietro, molto indietro, oltre le vittorie di Bartoli, Bettini o il dominio di Moreno Argentin. C’era una volta il velodromo di Rocourt, un catino di cemento ormai demolito nel 1973, dove le ruote della bicicletta si fermavano e dove la storia degli emigrati si mescolava a quella dei campioni. Era lì, in quella periferia operaia di Liegi, che il 2 maggio 1965 un figlio di minatori italiani, Carmine Preziosi, riuscì nell’impresa di vincere la “Decana” in una volata bagnata sotto la pioggia, restituendo dignità a migliaia di “visi neri” scesi nelle gallerie del carbone. Quel successo rappresentò un riscatto sociale immenso, trasformando la corsa in un simbolo di integrazione e rivalsa per l’immigrazione italiana in Belgio.

L’analisi tattica della vigilia: non solo tattiche, ma una questione di gambe

In casa UAE Team Emirates, Pogacar si è presentato alla conferenza stampa finale con un umore combattivo. Alla domanda sulla strategia per contrastare Evenepoel e l’irruenza di Seixas, lo sloveno ha liquidato la questione con pragmatismo, quasi con una certa sufficienza agonistica: “Non abbiamo parlato molto di tattica, a dire il vero. Non c’è molto da dire: è una corsa lunga e logorante, devi avere buone gambe e una squadra che ti supporti”. Ha aggiunto, con un sorriso, di aver passato la settimana semplicemente ad allenarsi, citando il riposo e la ricognizione come veri e propri punti fissi della sua preparazione. Parole che sembrano una promessa di spettacolo, vista la caratteristica del campione di attaccare lontano dal traguardo, in barba ai calcoli. L’assenza di Wout van Aert e Mathieu van der Poel (impegnati su altri fronti o reduci dalle fatiche del pavé) non rende certo meno vibrante la vigilia, anzi. L’inserimento del francese Seixas aggiunge quel pizzico di imprevedibilità che mancava da anni in Vallonia. Il fatto che il giovane transalpino abbia già dimostrato di saper resistere ai cambi di ritmo deliranti di Pogacar (lo scorso anno sulle Strade Bianche) e che arrivi fresco di vittoria alla Freccia, lo pone come un serio candidato al podio, se non addirittura all’assalto finale. L’unica certezza, in attesa di vedere la polvere alzarsi sulla Redoute e i muscoli delle gambe gridare pietà sulla Roche-aux-Faucons, è che la “Doyenne” anche quest’anno non tradirà la sua fama di giudice spietato.

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