Tiziano Ferro, la caduta sulla moquette e la scelta della psicoterapia come svolta
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è sempre un prima e un dopo in ogni esistenza, anche quella di chi sembra aver trovato le parole giuste per raccontare le proprie fragilità; per Tiziano Ferro, quel confine netto – lo ha rivelato in un’intervista al Venerdì di Repubblica – porta la data di una sera anonima in una stanza d’albergo a Milano. Lui stesso ne fornisce l’immagine, cruda nella sua semplicità: “All’ennesima birra casco per terra, la faccia sulla moquette, non riesco ad alzarmi”. È un istante privo di qualunque retorica, quello in cui il cede e la mente, finalmente, smette di mentire a se stessa. Nessun palcoscenico, nessuna luce, nessun applauso: solo il peso di troppe emozioni inascoltate e un tappeto sintetico che diventa, suo malgrado, lo specchio di un collasso annunciato.
Da quel punto di non ritorno, che l’artista non ha mai descritto con tanta nitidezza prima d’ora, prende avvio una rinascita affidata non a improvvisati entusiasmi ma a un percorso terapeutico vero, strutturato e quotidiano. “Con la terapia ho subito iniziato a sentirmi meglio”, ammette Ferro, ribaltando lo stigma che ancora accompagna l’aiuto psicologico nel mondo dello spettacolo. Non si tratta di una guarigione miracolosa, bensì del lento e paziente lavoro di scavo interiore che lo ha portato a guardarsi dentro senza più la scusa di una birra o di una distrazione. L’intervista, firmata dallo psichiatra e psicoanalista Vittorio Lingiardi, trasforma quella confessione in un documento raro: la testimonianza di chi ha toccato il fondo di una moquette e ha scelto di non restarci.
La rinuncia alla maschera e l’inizio di un’altra relazione con se stesso
Mettersi a nudo, per un personaggio pubblico abituato a gestire l’immagine, è forse l’esercizio più difficile; eppure Ferro lo fa senza la protezione delle solite formule di circostanza. “Ho iniziato a volermi bene”, ripete più volte, quasi a volersene assicurare lui stesso. Questa affermazione, nella sua semplicità disarmante, nasconde il lavoro più complesso: smantellare la convinzione radicata di essere “una persona sbagliata”. L’artista non lo dice con leggerezza, ma con la concretezza di chi ha passato anni a combattere contro un nemico interiore che portava il suo stesso nome. L’occasione per queste rivelazioni è legata all’uscita del nuovo progetto discografico ‘Sono un grande (Deluxe)’ e al lungo tour estivo che lo attende; come se la musica, stavolta, venisse dopo la verità.
La caduta come atto di nascita di una consapevolezza
Non c’è, nel racconto di Ferro, alcuna tentazione autocommiserativa. Al contrario, la narrazione procede per sottrazione: toglie le giustificazioni, rimuove gli alibi, lascia intatto solo il fatto nudo e crudo di un uomo a terra che non riesce ad alzarsi. È proprio lì, con la faccia premuta contro la moquette, che la svolta diventa possibile. Perché a volte – e questo è il nocciolo della sua testimonianza – bisogna smettere di fingersi in piedi per imparare a rialzarsi davvero. La psicoterapia, nella sua esperienza, non è stata un ripiego né un lusso da celebrità, ma la risposta concreta a un dolore che non trovava altre vie d’uscita. Nessun dettaglio clinico viene svelato, né servirebbe: il cuore della notizia è altrove, nel coraggio di dire “ero a terra ubriaco e così ho scelto l’analisi”.
Un racconto che sfida le facili cronache dello spettacolo
Lungi dal trasformarsi in una lezione di vita moraleggiante, l’intervista concessa al Venerdì ha il pregio della secchezza: pochi aggettivi, molti verbi all’indicativo. Ferro non parla a nome di nessun altro, non traccia percorsi universali né suggerisce ricette. Si limita a depositare la sua esperienza – fatta di una caduta, di una birra di troppo, di una moquette anonima – sul tavolo della cronaca. E lo fa mentre promuove un album dal titolo paradossalmente orgoglioso, ‘Sono un grande (Deluxe)’, come se l’orgoglio vero fosse proprio quello di aver smesso di mentire. Per chi legge, resta l’eco di un’immagine potente: quella di un uomo che, toccando il fondo di una stanza d’albergo, ha trovato la forza di chiedere aiuto. Senza sceneggiature, senza proclami. Solo con la voce rotta di chi ha smesso di recitare la parte di chi sta bene.




