Tiziano Ferro, la caduta sulla moquette e la svolta della psicoterapia
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un istante, in fondo alla notte di un albergo qualunque, che Tiziano Ferro ha trasformato in un baluardo di verità. Il cantante, riavvolgendo il nastro di una carriera costellata di successi (e di quelle crepe che il palcoscenico spesso nasconde al pubblico), ha raccontato al psichiatra e psicoanalista Vittorio Lingiardi, per le pagine di “Venerdì” de La Repubblica, il momento esatto in cui l’autodistruzione ha ceduto il passo alla consapevolezza. “All’ennesima birra sono cascato per terra con la faccia sulla moquette”, ha confessato Ferro, descrivendo una scena di una fragilità così disarmante da diventare, paradossalmente, il suo più potente strumento di rinascita. È lì, con lo sguardo incollato a quel tessuto sintetico e la mente offuscata dall’alcol, che ha preso la decisione di cercare una psicologa: un gesto che lui stesso definisce il primo, autentico atto d’amore verso se stesso.
Un concentrato di sintomi prima del palco
Prima di quella caduta, la vita dell’artista era già un campo minato. Lui stesso si descrive come un “concentrato di sintomi” – un’espressione che non lascia spazio a mezze misure – dove il disturbo alimentare si intrecciava alle cicatrici lasciate dal bullismo, alle dipendenze (le “addiction”, le chiama) e agli attacchi di panico. Ogni birra diventava un tentativo di anestetizzare una sofferenza che, paradossalmente, nessun successo discografico riusciva a placare. A venticinque anni di distanza da quel “Xdono” che lo lanciò nel firmamento della musica italiana (e internazionale) con l’album “Rosso Relativo”, Ferro riannoda i fili di una narrazione che raramente, nel mondo dello spettacolo, viene raccontata con questa precisione clinica. Non si tratta di un semplice sfogo, ma della mappa dettagliata di un dolore che aveva trovato rifugio nei vizi e nell’eccesso.
Il nuovo singolo, l’album e il ritorno negli stadi
Proprio mentre si appresta a tornare sotto i riflettori con il nuovo singolo “Superstar”, inciso insieme a Giorgia (un brano che anticipa la riedizione deluxe di “Sono un grande”), l’artista di Latina sceglie di mostrarsi senza la corazza del divo. Quell’album, in uscita il 22 maggio, non si limiterà a riproporre le tracce originali dello scorso autunno; conterrà sette brani inediti e cinque nuove collaborazioni, quasi a dimostrare che la creatività può fiorire anche (e soprattutto) dalle macerie interiori. E mentre il lavoro in studio procede, il calendario si riempie di date importanti: a maggio Tiziano Ferro tornerà fisicamente in Italia per dare il via al tour “Stadi 26”. Saranno dodici concerti, dodici notti in cui si confronterà con il pubblico delle principali città italiane, a partire da Napoli il 23 giugno.
Dalla moquette alla terapia, il filo rosso della rinascita
C’è un filo sottile, quasi impercettibile, che lega quel disteso sulla moquette dell’albergo alla voce che tra qualche mese riecheggerà negli stadi. È il filo della psicoterapia, che Ferro rivendica con orgoglio: “Così ho iniziato a volermi bene”. Nessuna indulgenza nell’autocommiserazione, nessuna retorica da “lieto fine” facile. L’artista descrive il percorso analitico come un lavoro sporco, quotidiano, lontano anni luce dalla patina luccicante del jet set. Eppure è proprio quella disciplina silenziosa – il mettersi in gioco davanti a uno sconosciuto che ti chiede il perché delle tue cadute – ad avergli restituito il controllo. La cronaca, qui, sfiora la nera solo nel paesaggio interiore di chi ha rischiato di perdersi: non ci sono dettagli espliciti sul fondo del bicchiere, ma l’inchiesta privata che Ferro conduce su se stesso è forse la più avvincente. L’artista non fornisce facili ricette né sentenze; si limita a testimoniare che, a volte, per rialzarsi bisogna prima accettare di essere stati a terra con la faccia sulla moquette.




