Nada Cella, dopo trent'anni un mosaico di indizi porta alla condanna di Anna Lucia Cecere
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Redazione Interno
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Dopo un intricato percorso giudiziario durato tre decenni, la Corte d’assise di Genova ha messo un punto, seppur provvisorio vista la possibilità di appello, alla vicenda dell’omicidio di Nada Cella. La giovane segretaria, trovata senza vita nel 1996 nello studio del commercialista Marco Soracco a Chiavari, è stata al centro di una delle inchieste più lunghe e complesse della cronaca nera ligure. A essere condannata a ventiquattro anni di reclusione è Anna Lucia Cecere, originaria di Venafro, il cui nome si era affacciato nelle indagini fin dagli esordi ma il cui ruolo era rimasto a lungo nebuloso, sospeso tra ipotesi contrastanti e un evidente deficit di prove risolutive.
Il peso delle coincidenze e il "giallo" ricostruito
A determinare quella che, nelle aule di tribunale, viene definita una condanna "storica" non è stato un elemento probatorio singolo e schiacciante, bensì una costellazione di circostanze minuziose e convergenti. Gli inquirenti, in particolare dopo la riapertura del caso, hanno pazientemente assemblato un mosaico di indizi dettagliati, ciascuno dei quali, preso singolarmente, poteva apparire come una semplice coincidenza. La loro combinazione, tuttavia, ha finito per delineare una trama plausibile, quasi "la trama di un film giallo", come è stato osservato, alla quale la difesa dell'imputata non ha saputo opporre, secondo quanto emerge dalla sentenza, un'alternativa altrettanto credibile e solidamente argomentata. Questo cumulo di prove indiziarie, che ha convinto i giudici presieduti da Massimo Cusatti, rappresenta il cuore di una sentenza che ribalta anni di stallo investigativo.
La paura della criminologa e la riemersione del caso
Un ruolo non secondario in questa riesumazione giudiziaria lo ha avuto l'instancabile lavoro di Antonella Delfino Pesce, all'epoca tecnico di biologia molecolare e oggi nota criminologa. Fu lei a sollecitare con tenacia nuove analisi, a rileggere gli atti con uno sguardo diverso, contribuendo in modo decisivo a riaprire un fascicolo ormai polveroso. La sua dedizione, però, è stata accompagnata da un sentimento personale di apprensione che, a distanza di tempo, dichiara di nutrire ancora. "Io ho ancora paura di Anna Lucia Cecere", ha affermato senza mezzi termini, sottolineando come il caso abbia avuto ripercussioni profonde anche nella vita di chi ha cercato giustizia. La sua attività ha ridato speranza a molti altri che si battono per delitti rimasti insoluti.
Tensioni sotto casa e il silenzio dell'imputata
La proclamazione della sentenza non è passata inosservata, generando reazioni immediate sia a Chiavari, dove l'emozione per una ferita mai rimarginata è tornata palpabile, sia a Cuneo, davanti all'abitazione di Anna Lucia Cecere. Qui, nel pomeriggio successivo alla lettura della condanna, la situazione è degenerata brevemente quando il marito dell'imputata, uscito con il figlio, ha allontanato con decisione i giornalisti accorsi, in uno scambio teso che non ha evitato qualche spintone. La donna, dal canto suo, ha mantenuto un riserbo totale, scegliendo ancora una volta di non rilasciare dichiarazioni, lasciando che fosse il verdetto, con il suo carico di anni di carcere, a parlare per lei in attesa dei successivi gradi di giudizio.




