Nell’Artico canadese con il Passaggio a Nord-Ovest: tra iceberg, impronte di orso e la sfida del ghiaccio che si scioglie

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La navigazione prosegue tra i ghiacciai dell’isola di Bylot e le acque dell’Artico canadese, in un paesaggio dominato da montagne, iceberg e nevi perenni, dove il confine tra cielo e mare sembra dissolversi in una luce che non conosce notte. Dopo aver infranto per la prima volta il sottile strato di ghiaccio, un evento che segna l’ingresso in un ambiente tanto affascinante quanto ostile, l’equipaggio ha avvistato impronte d’orso, foche e i ripari temporanei utilizzati dai cacciatori Inuit, testimonianze silenziose di una vita che si muove sulle tracce di un equilibrio antico e precario.

Il viaggio prosegue verso Cape Hatt e l’uscita dalle acque canadesi, sempre più vicina alla Baia di Baffin, mentre il vento gelido che spazza il ponte porta con sé il profumo salmastro di un oceano ancora addormentato sotto la crosta bianca.

Il cuore del Passaggio e le ore di navigazione verso Burnett Inlet

La mattina presto di domenica 23 agosto salpiamo da Port Leopold alla volta di Burnett Inlet, una baia profonda incuneata nell’isola di Devon, a circa 80 miglia da noi, e sono una dozzina di ore di navigazione a motore tra i 6 e 7 nodi, un ritmo lento che consente di osservare ogni minimo mutamento dell’orizzonte.

Annoto sul diario, perché in queste latitudini il tempo sembra scorrere secondo un ritmo diverso, fatto di attese e di improvvisi cambiamenti, e sulla tratta raggiungiamo il punto più settentrionale del Passaggio, come ricorda il capitano Alberto, un momento che invita a riflettere su cronaca, storia e memoria, intrecciando le gesta degli antichi esploratori con le preoccupazioni del presente.

Sono momenti di calma, rari in un viaggio spesso segnato da condizioni meteorologiche avverse, e permettono di guardare indietro, verso le spedizioni che hanno cercato per secoli questo varco, pagando un tributo altissimo in termini di vite umane e navi imprigionate dal pack.

La fragilità dell’ecosistema artico tra cambiamenti climatici e geopolitica

È possibile garantire la difesa dell’ecosistema artico a fronte dei cambiamenti climatici e del conseguente scioglimento dei ghiacci, che a tutti gli effetti espone l’intera regione del Polo Nord alla competizione internazionale per lo sfruttamento delle sue risorse e persino alla sfida per il suo controllo militare?

Percorriamo le ultime tappe dal Pacifico all’Atlantico del Passaggio di Nord-Ovest preoccupati da queste domande, che non sono solo teoriche ma trovano riscontro nelle rotte che si aprono, nelle rivendicazioni territoriali e nelle esercitazioni navali che si moltiplicano in un’area finora considerata inaccessibile.

Il ghiaccio che si ritira non è soltanto un fenomeno naturale da documentare, ma diventa il catalizzatore di un nuovo capitolo delle relazioni internazionali, dove il Canada, la Russia e gli Stati Uniti, con Trump nuovamente alla Casa Bianca, guardano con interesse crescente a rotte commerciali che potrebbero accorciare le distanze tra Oriente e Occidente di migliaia di miglia, riducendo i tempi di percorrenza e i costi del trasporto marittimo.

Nel regno dei ghiacciai di Bylot: cento ore senza incontrare una barca

La mattina del 27 agosto i ghiacciai che sboccano sul canale di Navy Board Inlet s’illuminano di luce purissima, creando un contrasto abbagliante con il blu profondo dell’acqua che si intravede tra i banchi di ghiaccio galleggiante, e gli scenari attorno alla nostra barca mutano nuovamente in modo drastico, quasi a volerci ricordare che qui la natura detta legge senza concedere appelli.

Dove ieri e solo poche ore fa prevalevano onde nervose nel liquido scuro, nebbie persistenti sul livello del mare e sfilacciate in quota, oltre a venti freddi da nord che sferzavano la velatura, oggi domina calma piatta, un silenzio assoluto rotto soltanto dallo scricchiolio del ghiaccio che si muove lentamente e dal respiro delle foche che emergono per pochi secondi prima di scomparire in profondità.

In un universo luminoso, che corona le montagne dei parchi naturali e delle zone protette canadesi di riflessi diafani destinati a sfalsare la percezione delle distanze, il nostro senso della direzione e della natura delle cose viene messo duramente alla prova, perché qui tutto è enorme e al tempo stesso sfuggente, come se l’Artico fosse un gigante che accetta di farsi osservare ma non di essere compreso, e noi navighiamo in questo teatro di ghiaccio e roccia avendo la consapevolezza di essere ospiti in un regno che non ci appartiene, dove le cento ore passate senza incontrare un’altra

Imbarcazione non rappresentano un’eccezione ma la regola, il segno tangibile di quanto questo angolo del pianeta sia ancora, nonostante tutto, fuori dal traffico e dal rumore del mondo.

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