Ocse taglia il Pil italiano, la guerra in Iran spegne la ripresa e rischia di bloccare la chimica
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Redazione Economia
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L’attacco militare contro l’Iran e le conseguenti tensioni nello stretto di Hormuz hanno agito come un interruttore, spegnendo bruscamente quei deboli segnali di ripresa con cui l’economia italiana aveva aperto il 2026. Il quadro, già reso opaco da una fragilità strutturale endemica, si è improvvisamente oscurato, costringendo gli istituti di analisi a una revisione al ribasso che restituisce l’immagine di un paese fermo. L’Ocse, nell’ultimo Economic Outlook intermedio, ha gelato le aspettative: il Prodotto Interno Lordo italiano viaggia ora verso un +0,4% per l’anno in corso, un deciso arretramento rispetto allo 0,6% previsto a dicembre e un dato che incassa il già insoddisfacente 0,5% registrato nel 2025. Neppure il prossimo anno si intravede una marcia in più, con la crescita stimata allo 0,6%, anch’essa ritoccata verso il basso di un decimo di punto.
Inflazione in risalita e consumi in affanno
L’aumento vertiginoso del prezzo delle materie prime energetiche, conseguenza diretta del conflitto che minaccia le rotte commerciali del Golfo, ha riaperto la voragine inflazionistica che sembrava ormai alle spalle. L’Ocse prevede per l’Italia un tasso d’inflazione al 2,4% nel 2026, con un balzo di 0,7 punti percentuali rispetto alle stime precedenti. Un incremento che sta già lasciando il segno sul tessuto sociale, come dimostra il crollo della fiducia dei consumatori rilevato dall’Istat a marzo: l’indicatore è sceso da 97,4 a 92,6, con un vero e proprio tracollo del clima economico generale che è passato da 99,1 a 88,1. I dati, insomma, raccontano di una domanda interna che arretra proprio nel momento in cui le famiglie subiscono lo choc dei rincari, un circolo vizioso che rischia di paralizzare ulteriormente la ripresa.
Lo scenario di Prometeia: crescita dimezzata
A confermare la delicatezza del momento ci pensa anche Prometeia, la cui analisi sottolinea come l’escalation militare abbia riportato al centro della scena la dipendenza strutturale dell’economia globale dalla stabilità delle rotte energetiche. L’istituto di ricerca, pur avendo rilevato segnali positivi nei primi due mesi dell’anno, ha evidenziato come il conflitto in corso abbia ampliato il margine di incertezza, orientando nettamente al ribasso i rischi per la crescita. La prospettiva di una decelerazione mondiale, aggravata dai danni alla capacità produttiva e da una possibile risposta restrittiva delle banche centrali di fronte alla nuova fiammata inflazionistica, lascia intendere che i dati di marzo potrebbero essere solo l’inizio di una tendenza più pesante.
La chimica nel mirino della crisi
Se il rincaro dei carburanti e delle bollette rappresenta la punta dell’iceberg percepita dai cittadini, il cuore industriale del paese teme conseguenze ben più strutturali. L’industria chimica, spiega Francesco Buzzella, presidente di Federchimica, si conferma il settore più esposto agli effetti del conflitto. Non si tratta solo di un problema legato alla logistica dei distributori, ma di un meccanismo di reazione a catena che parte dalla materia prima: “Oltre all’aumento del costo dell’energia, stiamo già assistendo a dichiarazioni di forza maggiore e fermate di impianti chimici, principalmente in Asia, dipendenti dalle forniture medio-orientali di virgin nafta”, ha dichiarato Buzzella, avvertendo che il rischio concreto è quello di una carenza fisica di materie prime in filiere strategiche come quella farmaceutica, automotive e agroalimentare. La stima è che l’incidenza dei costi energetici sul valore della produzione chimica possa raggiungere il 23% nel corso del 2026, un peso insostenibile per un comparto già provato da quattro anni consecutivi di calo produttivo e che rappresenta il punto di partenza per il 95% dei manufatti che utilizziamo quotidianamente.
Un governo alle prese con i numeri
Mentre l’Ocse e Prometeia aggiornano i modelli previsionali, il governo si trova a dover gestire la fase più delicata dell’aggiornamento del quadro macroeconomico, complice anche l’anno elettorale che si affaccia all’orizzonte. I dati in arrivo impongono una revisione al ribasso delle stime che saranno formalizzate nel prossimo Documento di Finanza Pubblica, con il ministro dell’Economia costretto a fare i conti con una pressione fiscale che rischia di diventare asfissiante per le imprese. Le voci critiche non tardano ad arrivare: Antonio Misiani, responsabile Economia del Partito Democratico, ha definito il quadro “preoccupante”, sottolineando come il confronto con i partner europei sia impietoso: mentre l’area euro è attesa a una crescita dello 0,8%, l’Italia arranca allo 0,4%. Una divergenza che, secondo l’opposizione, non può essere ricondotta solo agli effetti della guerra, ma a una condizione strutturale di debolezza che il governo non ha saputo affrontare. Le prossime settimane, dunque, saranno cruciali per capire se la manovra economica riuscirà a scongiurare il rischio di una paralisi del sistema produttivo, minacciato dalla doppia morsa dell’inflazione e delle tensioni geopolitiche.




