L’Ocse taglia le stime, l’Italia crescerà dello 0,4 per cento. E il governo rivede il quadro

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’anno elettorale, già di per sé terreno insidioso per qualunque esecutivo, si apre per l’Italia con un carico di incertezze che non lascia margini all’ottimismo. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nel suo Economic Outlook intermedio, ha ulteriormente ridotto le previsioni per il prodotto interno lordo: si attesta allo 0,4 per cento, in calo rispetto allo 0,6 stimato a dicembre e persino al di sotto del già fiacco 0,5 registrato nell’anno appena concluso. Un quadro, questo, che fotografa una fragilità strutturale emersa con violenza dopo l’attacco militare contro l’Iran e le conseguenti tensioni nello stretto di Hormuz, rotte nevralgiche per il transito di petrolio e merci.

Le ripercussioni di quel conflitto, scrive Prometeia nel suo aggiornamento delle proiezioni macroeconomiche, hanno bruscamente interrotto i segnali incoraggianti con cui il 2026 si era inizialmente presentato. È la dipendenza dalla stabilità delle rotte energetiche e commerciali a riemergere come nodo cruciale per un’economia, quella mondiale, già provata da precedenti shock. Le prospettive di crescita globale, spiega il centro studi, sono ora in decelerazione, con rischi che appaiono tutti orientati al ribasso. Quanto durerà il conflitto, quali danni provocherà alla capacità produttiva e come reagiranno le banche centrali alla nuova fiammata inflazionistica sono le variabili destinate a determinare la profondità della frenata.

La corsa del Brent e la fiducia dei consumatori in caduta libera

Le quotazioni del greggio, intanto, viaggiano sull’otto volante, trascinando con sé il prezzo dei carburanti e alimentando un’inflazione che, dopo mesi di tregua, mostra segnali di risalita. Un meccanismo che colpisce direttamente le tasche delle famiglie, e il sentiment dei consumatori – già scosso dall’escalation in Medio Oriente – ne risente in maniera immediata. Il crollo della fiducia, rilevato nelle prime rilevazioni dell’anno, aggiunge un ulteriore elemento di complessità per un governo che si trova a dover aggiornare le proprie previsioni macroeconomiche in una fase particolarmente delicata.

La revisione al ribasso non è un fatto isolato. Dopo le stime di Confindustria, anche l’Ocse ha operato un taglio significativo, e le proiezioni per il prossimo anno non offrono sollievo: si parla di una crescita allo 0,6 per cento, già limata di un decimo di punto rispetto alle precedenti indicazioni. Un quadro di massima incertezza, insomma, che spinge l’esecutivo a ricalcolare i numeri su cui basare le prossime manovre, in un contesto dove la guerra in Iran e le tensioni nell’area del Golfo riscrivono ogni giorno gli scenari economici.

Federchimica: «Il settore è il più esposto, rischiamo la carenza di materie prime»

L’allarme più concreto, forse, arriva dal comparto industriale che più di altri subisce il contraccolpo delle tensioni geopolitiche. L’industria chimica, spiega il presidente di Federchimica, è quella maggiormente impattata dal conflitto in corso. Il rischio, avverte, non si limita alla classica preoccupazione per i distributori di benzina o per l’aumento delle bollette domestiche. È più profondo e riguarda la possibilità concreta di una carenza fisica di materie prime per diverse filiere produttive.

Il conflitto in Iran ha innescato, nelle sue parole, una reazione a catena che rischia di paralizzare il cuore dell’industria italiana. Un settore, quello chimico, che rappresenta un anello essenziale per innumerevoli catene del valore, dall’automotive alla farmaceutica, dall’agricoltura all’edilizia. L’interruzione o anche solo il rallentamento dei flussi di approvvigionamento si trasformerebbero in un’ulteriore stretta su un sistema produttivo che, dopo gli anni difficili del caro-energia, non ha ancora recuperato pienamente la sua capacità di tenuta.

Uno scenario globale che ridisegna le prospettive per l’Italia

L’aggiornamento delle previsioni macroeconomiche da parte di Prometeia delinea, quindi, un’economia mondiale in decelerazione, con rischi che appaiono tutti sbilanciati verso il basso in funzione della durata del conflitto e dei danni alla capacità produttiva. A ciò si aggiunge l’incognita sulle politiche monetarie: una nuova fiammata inflazionistica, infatti, potrebbe indurre le banche centrali a mantenere un atteggiamento restrittivo più a lungo del previsto, vanificando le attese di un allentamento dei tassi.

Per l’Italia, che nel 2025 aveva già archiviato una crescita insoddisfacente allo 0,5 per cento, la combinazione di questi fattori rappresenta un ostacolo difficilmente superabile nel breve termine. Il governo, consapevole del quadro, si appresta a rivedere i propri documenti economici, dovendo fare i conti con un contesto internazionale che non lascia spazio a facili ottimismi. L’effetto combinato tra il rincaro delle materie prime, la frenata degli scambi commerciali e l’erosione del potere d’acquisto delle famiglie disegna un orizzonte in cui la parola d’ordine, per gli analisti, è prudenza.

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