La tragedia di Catanzaro e quel rosario stretto tra le dita: «Nel suo delirio, Anna voleva proteggerli»
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Redazione Interno
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L’ombra della depressione post-partum avvolge il gesto di Anna Democrito, la 46enne che nella notte si è gettata nel vuoto dal terzo piano di via Zanotti Bianco stringendo un rosario, dopo aver lanciato giù i suoi tre bambini. Nicola, di 4 anni, e Giuseppe, di appena 4 mesi, sono morti sul colpo; Maria Luce, di 5 anni e mezzo, lotta tra la vita e la morte in rianimazione. Mentre gli inquirenti, coordinati dalla procura, cercano di decifrare l’esatta dinamica di un suicidio allargato che ha sconvolto il quartiere, la comunità scientifica invoca una lettura lontana da ogni facile giudizio moralistico. Il dato che emerge, crudo e nebuloso allo stesso tempo, è rappresentato da una cronaca che descrive una madre che, prima di compiere l’atto estremo, ha vestito i figli con gli abiti della festa, come se si preparasse a un viaggio senza ritorno. I vicini e i colleghi della RSA dove lavorava faticano a riconoscere la donna riservata e religiosa di sempre in questo volto distorto dalla follia.
L’analisi degli esperti: «Un atto di protezione patologico»
Guido Di Sciascio, presidente della società degli psichiatri, intervistato in merito alla vicenda, ha definito “clinicamente plausibile” l’ipotesi di un dramma maturato nel silenzio di una depressione post-partum, soprattutto se – come sembra – esistesse un disagio psichiatrico emerso proprio dopo l’ultimo parto. “Ma va detto con chiarezza – precisa Di Sciascio, quasi a voler scongiurare generalizzazioni – non ogni depressione post-partum conduce a gesti violenti”. La stragrande maggioranza delle madri che soffrono per questa condizione si colpevolizza, si isola, prova vergogna, ma non mette mai in pericolo i figli. Nei casi limite come questo, invece, la patologia altera profondamente il giudizio; il legame di cura si trasforma in un possesso tanto totalizzante quanto distruttivo. “Nel suo delirio – spiega lo psichiatra – li ha voluti proteggere, convinta che senza di lei non avrebbero avuto scampo”. La funzione materna viene così tragicamente deformata fino a diventare minaccia, un cortocircuito emotivo che trasforma l’amore in annientamento.
I segnali ignorati e la paura di curarsi
La ricostruzione dei fatti lascia intravedere una verità scomoda: attorno ad Anna, probabilmente, c’erano delle zone d’ombra. Un conoscente della parrocchia del Santissimo Salvatore ha raccontato di confidenze in cui la donna si diceva “soffocata”, ricevendo in cambio un incoraggiamento generico (“forza, tanta gente ti invidia”) che nulla poteva contro il baratro della psicosi. È proprio questo il nodo centrale sollevato dagli psicologi e dai criminologi: se una madre ha paura di chiedere aiuto perché teme che curandosi le possano portare via i figli, allora il sistema di assistenza ha già fallito in partenza. La vergogna e lo stigma sociale, ancora pesantissimi attorno ai disturbi mentali perinatali, spingono molte donne a indossare una maschera di normalità fino allo schianto. In molti casi, come forse in questo, la donna rifiutava il supporto specialistico proprio per il terrore di essere giudicata inadeguata o di perdere la custodia dei piccoli.
La scena che ha gelato gli agenti
I soccorritori giunti sul luogo dell’evento, in via Zanotti Bianco, hanno dovuto fare i conti con una scena che solo la parola “agghiacciante” può provare a descrivere senza riuscirci fino in fondo. Gli agenti, inizialmente, facevano fatica a riconoscere i corpi: il più piccolo, Giuseppe, era talmente immobile che qualcuno pensò fosse un bambolotto abbandonato sull’asfalto. A terra, accanto ai corpi, è stato rinvenuto il ciuccetto rosso del neonato, schiacciato sotto una macchina parcheggiata. Il marito della donna, che si trovava nell’appartamento al momento del dramma, si è risvegliato soltanto dopo aver udito i tonfi, trovando la finestra spalancata sul vuoto. Mentre la procura attende gli esiti dell’autopsia e la polizia scientifica vaglia i frammenti di quella vita apparentemente tranquilla, resta il silenzio assordante di una famiglia distrutta e una bambina di 5 anni che, sola, rappresenta l’unico, fragile barlume di sopravvivenza in questa vicenda di cronaca nera.




