Il volo della speranza e il silenzio del dolore: la bimba di Catanzaro trasferita al Gaslini
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Redazione Interno
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Il silenzio irreale che avvolgeva il civico 13 di via Zanotti Bianco non si è ancora dissolto, eppure, nel caos gelido di quella mattanza silenziosa, un filo di vita si è aggrappato all’asfalto. La bimba di sei anni, l’unica scampata a quel volo nel vuoto dal terzo piano che nella notte ha cancellato l’esistenza di sua madre, Anna, e dei suoi due fratellini (di appena quattro mesi e di quattro anni), è stata affidata alle correnti ascensionali della medicina d’urgenza. Dopo essere stata stabilizzata dai medici del reparto di terapia intensiva del presidio “Pugliese” dell’Azienda ospedaliera universitaria Dulbecco di Catanzaro, la piccola salirà a bordo di un volo dell’Aeronautica militare nelle prossime ore per raggiungere l’ospedale Gaslini di Genova. L’hanno definita “critica ma stabilizzata” i sanitari calabresi, un’espressione tecnica che racchiude il terrore delle lesioni all’aorta toracica e ai visceri addominali, ma anche la tregua provvisoria concessa dalla chirurgia d’emergenza.
L’abito della prima comunione e il rosario tra le dita
Prima di spalancare quella finestra, Anna li ha preparati come se dovessero andare a una festa. Ha svegliato i bambini con cura, li ha lavati e ha indossato loro gli abiti della prima comunione, il simbolo dell’innocenza e della grazia divina trasformato in sudario. In una sequenza agghiacciante che la Squadra mobile sta ora ricostruendo anche attraverso i frame delle telecamere di sorveglianza, la donna ha preso in braccio uno a uno i suoi tre figli, li ha lasciati cadere nel vuoto, per poi seguirli stringendo tra le mani un rosario. A scoprire l’orrore è stato il marito, un operatore sanitario come lei, che dormiva nell’appartamento e che si è precipitato giù, in strada, tentando invano di rianimare quei corpi spezzati prima che l’ambulanza li strappasse alla vista dei vicini. Don Vincenzo Zoccoli, il parroco della chiesa del Santissimo Salvatore che dista poche centinaia di metri da quel palazzo, ha confessato a denti stretti un senso di impotenza misto a velato rimorso: Lucia – questo il nome che la comunità usava per lei – frequentava assiduamente la parrocchia, era una delle sue fedeli più attive, sempre pronta a mettere ordine o a dare una mano. Eppure, nessuno ha saputo vedere l’abisso.
La trappola della perfezione e il tabù della cura
Lei, Anna, operatrice Rsa di 46 anni, non urlava il suo dolore. Lo vestiva di silenzio e di devozione. Il profilo che emerge dalle testimonianze raccolte tra amici e conoscenti è quello di una madre apparentemente “normale”, una che faceva la spesa, preparava il bagnetto ai piccoli e sorrideva. Ma dietro quella maschera di operosa serenità si consumava un dramma ostetrico e psicologico classico, sebbene portato alle estreme conseguenze. Secondo gli inquirenti, la donna aveva già manifestato in passato disagi di natura psichiatrica, probabilmente innescati o aggravati da una depressione post-partum non trattata, una condizione resa ancora più subdola dalla terza gravidanza in pochi anni. Il nodo della tragedia, quello che trasforma questo fatto di cronaca in uno spaccato sociale, è racchiuso in una paura tanto infondata quanto letale: Anna temeva che chiedere aiuto, che rivolgersi a uno psicologo o a uno psichiatra, significasse perdere la patria potestà, essere giudicata una “cattiva madre” dallo Stato. Un cortocircuito micidiale, dove l’amore malato diventa protezione estrema, e la cura viene rifiutata per paura di essere separati.
La rete invisibile e il passaggio mancato
La Procura di Catanzaro sta ora analizzando i vuoti di quella rete di prossimità che avrebbe potuta intercettare il malessere. Perché il parroco c’era, i vicini sospettavano “qualcosina”, il marito lavorava nel settore sanitario, eppure il sistema – inteso come consultorio, medicina di base, supporto psicologico perinatale – non ha retto. Le confidenze fatte a don Vincenzo, quelle frasi in cui confessava di sentirsi “soffocata da tutto”, sono rimaste sospese nell’aria, prive di un aggancio clinico. La psicologa Daniela Chieffo, professore associato all’Università Cattolica, ha ricordato come lo “sfinimento affettivo” post-partum sia una patologia subdola, che isola la donna nella sua stessa casa. Ora, mentre la piccola superstite vola verso le terapie intensive di Genova, dove i medici del Gaslini proveranno a riparare ciò che la caduta ha distrutto, l’inchiesta giudiziaria cerca di dare un nome al mostro silenzioso che abita certe stanze. Non ci sono mostri, però, in questa cronaca. Solo una madre, un terrazzo e il fallimento collettivo di chi non ha saputo trasformare un sospetto in un salvataggio.




