La piccola di Catanzaro estubata, i medici del Gaslini: “Quadro neurologico promettente”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
L’onda d’urto di quella che è ormai cronaca – e che, per la sua drammaticità, rischia di sedimentarsi nell’immaginario collettivo solo come tragedia – trova oggi un inatteso argine nella terapia intensiva dell’ospedale pediatrico Giannina Gaslini. L’unica superstite del volo dal terzo piano di un’abitazione condominiale di Catanzaro, una bambina di sei anni che aveva riportato lesioni giudicate immediatamente gravissime, è stata infatti estubata nella notte tra venerdì e sabato, e da quel momento non è più sottoposta a sedazione farmacologica. La notizia, contenuta nell’ultimo bollettino diffuso dalla direzione sanitaria del nosocomio ligure, offre una prospettiva che fino a pochi giorni fa sembrava un azzardo persino pronunciare: il suo quadro neurologico, sottolineano i medici con la cautela che il caso impone, appare al momento “promettente”.
La prognosi, va da sé, rimane rigorosamente riservata; una formula, quest’ultima, che in ospedale non rappresenta mai un mero tecnicismo burocratico, ma il riflesso della consapevolezza della fragilità di un equilibrio faticosamente riconquistato. Giunta a Genova dopo un trasferimento avvenuto in regime di massima continuità assistenziale – un’operazione complessa che ha visto collaborare le equipe calabresi e liguri, supportate dall’Aeronautica Militare – la piccola era stata stabilizzata in maniera ottimale già nell’ospedale di Catanzaro. Un dato, questo, che i rianimatori del Gaslini hanno più volte sottolineato come presupposto indispensabile per l’attuale fase: l’obiettivo primario, in queste ore, rimane il mantenimento della stabilità clinica. Solo aggrappandosi a questa si può infatti tentare di favorire quelle massime potenzialità di recupero cui l’équipe guidata da Andrea Moscatelli, direttore del Dipartimento di Emergenza, guarda con particolare attenzione all’aspetto neurologico.
L’intervento immediato e lo “slancio” che ha cambiato la ricostruzione dei fatti
Mentre la macchina delle cure tenta di riparare ciò che la caduta ha frantumato, la magistratura – che ha aperto un fascicolo senza ipotizzare al momento indagati – prova a ricostruire la dinamica esatta di quei secondi che hanno segnato la fine di Anna Democrito e dei suoi due figli più piccoli, Giuseppe (4 anni) e Nicola (appena 4 mesi). Le autopsie, eseguite dall’equipe di medicina legale dell’Università di Catanzaro, hanno restituito un elemento destinato a sgombrare il campo da una delle prime, macabre ricostruzioni: le tre vittime non sono precipitate in sequenza, ma la loro caduta è stata simultanea. Un dettaglio che, nella prospettiva degli inquirenti, riscrive la scena del dramma: si esclude, dunque, che la donna abbia gettato singolarmente i figli nel vuoto prima di seguirli; le lesioni riportate dai corpi, tutte perfettamente allineate con l’urto da una altezza di circa dieci metri, confermano invece che il gesto sia stato unico e contemporaneo.
Sabato pomeriggio Catanzaro ha dato l’ultimo saluto ai tre defunti, i cui funerali si sono svolti nella Basilica dell’Immacolata, in un clima di lutto cittadino che non ha risparmiato la commozione generale. Prima della cerimonia, le bare – di quella donna e dei suoi due bambini – sono state esposte nella camera ardente allestita presso la Casa Funeraria Elysium. Un dettaglio, forse secondario rispetto al clamore dei fatti, ma che restituisce la geografia precisa di un dolore che non ha risparmiato nessuno: quella di chi abita quelle vie e si è trovato a guardare un terrazzo spalancato sul nulla.
La rete dei soccorsi e la gestione della complessità clinica
Non va dimenticato, nell’economia di questa vicenda, il ruolo – spesso invisibile ma tecnicamente decisivo – dell’organizzazione sanitaria in emergenza. Il trasferimento della piccola dalla Calabria alla Liguria non è stato un semplice trasporto, ma un vero e proprio ponte aereo di terapia intensiva. Un’équipe del Gaslini, composta da un medico e un’infermiere specializzato, ha raggiunto Catanzaro prendendo in carico la bambina direttamente sul posto, dopo aver collaborato a distanza con i colleghi calabresi nelle ore concitate successive al volo. A rendere fattibile l’operazione è stato il supporto del 31° Stormo dell’Aeronautica Militare, che ha messo a disposizione un velivolo allestito come una piccola rianimazione volante. Una logistica complessa che ha però permesso di non disperdere neanche un minuto di quell’oro che, in casi come questo, è la stabilità emodinamica.
Al Gaslini, ora, il monitoraggio è costante e ad alta sofisticazione tecnologica. La scelta di procedere con l’estubazione – distaccare cioè la bambina dal respiratore meccanico – implica che i parametri respiratori abbiano risposto positivamente allo svezzamento dalla macchina; un passaggio, questo, che nei piccoli pazienti politraumatizzati rappresenta sempre un momento di verità. I sanitari, però, ripetono il concetto come un mantra precauzionale: “promettente” non significa “risolto”. Il recupero neurologico è un cammino lungo e accidentato, che dipende da variabili che la stessa scienza fa fatica a standardizzare. Ma che quella parola – promettente – sia stata pronunciata, in una circostanza che sembrava offrire solo macerie, costituisce di per sé una prima, piccola vittoria sulla statistica.
Il giallo dei funerali e la condizione attuale della sopravvissuta
Mentre la cronaca si appresta a voltare pagina – i fari dell’attenzione mediatica tendono a spostarsi rapidamente – la realtà clinica della piccola sopravvissuta procede in un isolamento protetto. La prognosi, ribadito, resta riservata. Tuttavia, alcune fonti sanitarie hanno confidato che l’intervento di radiologia interventistica eseguito d’urgenza a Catanzaro, prima del trasferimento, per riparare una lesione dell’aorta toracica e danni a fegato e milza, ha retto allo stress del viaggio e delle prime 48 ore. Un risultato, questo, che i medici definiscono “non scontato”, vista la violenza dell’impatto.
Resta, sullo sfondo, l’ombra delle cause scatenanti di quel gesto collettivo. Le prime testimonianze – raccolte tra vicini e conoscenti – dipingevano il ritratto di una donna “schiva e molto religiosa”, spesso vista con un rosario tra le mani. Un quadro, quello del quotidiano, che sembrava non contenere i presupposti per la tragedia. Ma gli sviluppi giudiziari, al momento, si concentrano esclusivamente sugli adempimenti tecnici: nessuna pista alternativa è stata ufficialmente divulgata, e la Procura mantiene il massimo riserbo sul fascicolo. L’unico fatto certo, aggiornato a questo fine settimana, è che la bimba di sei anni – il cui nome non è stato mai ufficialmente diffuso – continua a respirare da sola. E che, mentre il resto della sua famiglia viene affidato alla terra, lei è lì, in quella stanza d’ospedale, unita ai monitor che tracciano l’attività del suo cervello. Un confine labile tra la vita e la perdita, che per ora nessuno ha il coraggio di definire.




