Morte del biatleta norvegese a Lavazé, il legale: "Nessun illecito" mentre la federazione vieta le maschere ipossiche
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
L'atleta Sivert Bakken, promessa del biathlon norvegese, è stato trovato senza vita nella sua camera d'albergo a Passo Lavazé, dove si stava preparando per le prossime Olimpiadi invernali. Il ritrovamento, avvenuto il 23 dicembre, ha immediatamente attivato le indagini della Procura di Trento, che ha disposto l'autopsia per accertare le cause precise della morte, avvenuta durante il sonno. A gestire i contatti con le autorità italiane, per conto della famiglia e della federazione nazionale, è stato nominato uno studio legale norvegese, il cui referente sul posto, l'avvocato Oline Bredeli, ha preferito non rilasciare ulteriori dichiarazioni in attesa degli esami medico-legali. Secondo quanto anticipato dal legale Bernt Heidberg, non emergono, allo stato attuale, elementi che lascino presupporre la presenza di comportamenti illeciti, il che orienta le indagini verso una tragica fatalità.
Il particolare inquietante della maschera ipossica
Un dettaglio ha però immediatamente catalizzato l'attenzione degli investigatori e dello stesso mondo sportivo: Bakken, ventisettenne e vincitore di una Coppa del Mondo nel 2022, al momento del decesso indossava una cosiddetta maschera ipossica. Tale dispositivo, tecnicamente noto come Elevation Training Mask, è progettato per ridurre il flusso d'aria inalabile, simulando così le condizioni di carenza di ossigeno tipiche dell'alta quota, con l'obiettivo di migliorare la resistenza degli atleti. La sua diffusione, soprattutto tra gli sportivi di discipline di fondo e durata, è piuttosto ampia, nonostante fino al 2023 il suo impiego fosse considerato una forma di doping dalla World Anti-Doping Agency, che poi ne ha rimosso il divieto. La sua presenza in questa vicenda, per quanto non vietata, solleva interrogativi tecnici e di sicurezza che esulano dalle ipotesi di reato.
La reazione immediata della federazione norvegese
La Federazione norvegese di biathlon ha reagito con estrema rapidità e decisione al tragico evento, emanando, già il giorno successivo alla morte dell'atleta, un divieto immediato per tutti i suoi tesserati riguardo all'utilizzo di qualsiasi tipo di maschera ipossica durante gli allenamenti e i ritiri. Una mossa precauzionale, dettata evidentemente dal principio di massima cautela, che dimostra come il caso abbia acceso un dibattito urgente sulle pratiche di preparazione atletica. La scelta, per quanto non suffragata ancora da conclusioni medico-legali definitive, segna un punto di svolta nella gestione degli strumenti di simulazione ambientale, isolando di fatto uno strumento fino a ieri ritenuto lecito e persino comune. Qualcuno, tra gli esperti, ne aveva già messo in dubbio la reale efficacia scientifica, ma ora le domande si sono spostate bruscamente sui potenziali rischi.
Le indagini in corso e il silenzio delle parti
Il percorso giudiziario, intanto, prosegue il suo iter, con l'autopsia che rappresenterà il momento cruciale per fare chiarezza sulla dinamica del decesso. Il compito dei medici legali sarà quello di stabilire se, e in quale misura, l'uso della maschera possa aver contribuito all'evento o se invece si sia trattato di una concomitanza casuale. La federazione e la famiglia, dal canto loro, mantengono un profilo riservato, affidando ogni comunicazione allo studio legale incaricato, il quale ha ribadito la necessità di attendere i risultati ufficiali prima di esprimersi ulteriormente. Quel che è certo è che la scomparsa di un giovane campione nel fiore degli anni, mentre sogna e lavora per un obiettivo olimpico, getta un'ombra di dolore e di riflessione su metodiche di allenamento che spingono il ai suoi limiti estremi, in un territorio dove il confine tra preparazione ottimale e rischio potenziale è spesso labile e poco esplorato.




