Franzoni scioglie il nodo di Kitzbuehel: il trionfo è per Franzoso, la spinta arriva da Sinner
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Redazione Sport
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Lo hanno definita una follia, compiuta con le membra che ancora tremano per l’emozione concentrata in un minuto e cinquantadue secondi. Giovanni Franzoni, nel turbine del dopo-impresa sulla Streif di Kitzbuehel, ha subito ricondotto il pensiero a dodici mesi prima, a quella stessa camera d’albergo che condivideva con Matteo Franzoso, il compagno di squadra e amico fraterno scomparso tragicamente in Cile lo scorso settembre. «Alla partenza avevo in testa lui», ha spiegato lo sciatore ventiquattrenne di Manerba del Garda, consegnando la vittoria più prestigiosa della carriera – quella che sta allo sci alpino come il tempio di Wimbledon al tennis – a una promessa mantenuta. Un gesto, il suo, che travalica il semplice risultato sportivo per trasformarsi in un atto di dedizione e memoria, mentre il ricordo condiviso di due giovani esordienti in attesa della loro prima prova sul tracciato più temuto e rispettato del circo bianco diventava la benzina per un’esecuzione perfetta.
Un legame che va oltre la pista
La notizia del trionfo, intanto, ha percorso in un istante le strade che da Madonna di Campiglio portano in Austria, trovando il primo destinatario in Alessandro, il fratello gemello di Giovanni. «Mi sono accostato per strada», ha raccontato Alessandro, che seguiva la discesa in diretta sullo smartphone, subito raggiunto dalla chiamata del vincitore. «“Corri Ale, vieni a Kitz!”», l’invito a cui non si è sottratto, mettendosi in viaggio per un abbraccio che ripercorre una vita di condivisioni, dalle sfide infantili – «da piccolo lo battevo e ci restava male» – fino alla gioia odierna, sentita con la stessa intensità di una vittoria personale. Quell’empatia unica, coltivata in anni di stanze in comune e percorsi paralleli, ha fatto il resto, aggiungendo un tassello privato a una giornata già carica di significati pubblici.
Il riconoscimento da un campione di altri campi
A coronare un quadro già eccezionale, è poi giunto un messaggio inatteso, quello di Jannik Sinner, che ha voluto tributare il suo personale omaggio al nuovo re della Streif. Franzoni, i cui riccioli castani ricordano vagamente l’iconica chioma del numero uno del tennis italiano, ha rivelato come quel sostegno abbia contribuito a caricarlo ulteriormente, in un curioso contrappunto tra discipline diverse e campioni della stessa generazione. Un dialogo a distanza che sembra suggellare un anno d’oro per lo sport italiano, dopo il trionfo di Sinner a Wimbledon nel 2025, e che proietta Franzoni in una dimensione nuova, lontana dai tempi in cui, con il pettorale numero 60, lottava per affermarsi nel circuito. La sua marcia, paragonata non a caso alla marcia di Radetzky per il boato che ha sollevato tra il pubblico, ha sconfitto persino il dominatore della stagione, facendo piangere Marco Odermatt e aprendo scenari che non si intravvedevano da decenni.
Il peso di una vittoria che è storia
Vincere a Kitzbuehel, del resto, non è un fatto che si esaurisce con il tempo sul tabellone, ma implica il comprendere il peso simbolico di un luogo che ha visto sfilare leggende e che, ieri, ha osannato un italiano dopo anni di attesa. Un traguardo che Franzoni ha centrato con umiltà, quasi stupito dalla rapidità della propria ascesa, maturata tra il successo di Wengen e l’exploit sulla pista più sacra. Mentre gli applausi di personalità come Zlatan Ibrahimovic e Jürgen Klopp risuonavano ai bordi della pista, lo sciatore lombardo ha chiuso il cerchio di una giornata indimenticabile, dove il dolore per una perdita personale si è intrecciato con la gloria sportiva più pura, dimostrando come talvolta la dedizione per una persona cara possa diventare la forza per scrivere la storia.




