Il ventaglio di banconote dalla finestra di Terna e i generali sotto inchiesta: così la procura di Roma smonta il sistema di appalti pilotati
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Redazione Interno
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Quando la Guardia di Finanza si presenta negli uffici di Terna, il gestore della rete elettrica nazionale, un alto dirigente apre la finestra e lancia fuori il denaro. Piovono banconote. Un gesto improvviso, che nella sua plateale immediatezza restituisce il clima di un’inchiesta dove la tensione, evidentemente, aveva già raggiunto livelli insostenibili prima ancora che gli investigatori varcassero la soglia. È da quel frammento di cronaca, quasi grottesco nella sua evidenza, che si misura la portata dell’operazione condotta dalla procura di Roma: una raffica di perquisizioni che si è allargata a macchia d’olio, investendo non solo Terna, ma anche gli uffici di Tim, di Rete Ferroviaria Italiana e Teledife, quest’ultima considerata il cuore informatico di un sistema le cui crepe, ora, vengono alla luce con una virulenza inaspettata.
Ventisei indagati tra manager e militari, l’ombra dei fondi neri
Almeno ventisei persone risultano iscritte nel registro degli indagati. Tra loro figurano generali, alti funzionari del ministero della Difesa e manager di aziende strategiche per le infrastrutture nazionali. Le ipotesi di reato, formalizzate dagli aggiunti Giuseppe Cascini e Giuseppe De Falco insieme ai sostituti Lorenzo Del Giudice e Gianfranco Gallo, delineano un quadro giudiziario complesso: corruzione, riciclaggio, autoriciclaggio, turbativa d’asta e traffico d’influenze illecite. Un ventaglio di accuse che, stando agli atti, coprirebbe un arco temporale ristretto ma intenso, quello compreso tra il 2022 e il 2024. Gli investigatori parlano, nelle carte, di «un articolato sistema criminale volto a riciclare ingenti somme di denaro, verosimilmente derivanti da reati fiscali». Un meccanismo che avrebbe alimentato veri e propri «fondi neri», la cui funzione sarebbe stata quella di remunerare le tangenti per aggiudicarsi le commesse pubbliche.
L’appalto da quattrocento milioni e le bozze modificate su misura
Tra i contratti finiti sotto la lente della procura spicca un maxi-appalto da quattrocento milioni di euro, legato alle tecnologie informatiche per la rete ferroviaria nazionale. Un servizio, questo, considerato strategico per la sicurezza e il funzionamento del trasporto su ferro nel Paese. Secondo la ricostruzione dei pm, la procedura di gara – risalente all’aprile del 2024 – sarebbe stata anticipata in via informale all’imprenditore Francesco Dattola, amministratore di Nsr. Un’agevolazione che non si sarebbe limitata a un semplice vantaggio conoscitivo: sempre secondo l’accusa, Dattola avrebbe avuto la possibilità di suggerire modifiche alla bozza del bando, plasmando così le regole dell’appalto sulle proprie esigenze aziendali. Non solo Rfi, però, a finire nel mirino. Le contestazioni coinvolgono anche appalti gestiti da Terna Spa e dal Polo Strategico Nazionale, quest’ultimo affidato all’amministratore delegato Iannetti, anch’egli indagato nell’ambito del procedimento.
Il giorno delle perquisizioni e le reazioni politiche incrociate
L’esecuzione delle perquisizioni – condotte dalla Guardia di Finanza negli uffici della Difesa, di Terna, della Rete ferroviaria italiana e del Polo strategico nazionale – ha coinciso con un momento politico particolarmente sensibile, a pochi giorni dal referendum sulla separazione delle carriere. Una circostanza temporale che ha alimentato, inevitabilmente, reazioni immediate. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera e deputato di Forza Italia, ha attaccato frontalmente la procura della capitale. Il suo nome, va detto, non figura tra gli indagati, ma sarebbe emerso nelle carte in maniera evocativa, circostanza che il politico ha respinto con fermezza, parlando di «fango dopo il voto». Una replica secca è arrivata dal procuratore Francesco Lo Voi, che ha respinto l’accusa con altrettanta determinazione, rivendicando l’autonomia e la tempestività dell’azione giudiziaria, scaturita da accertamenti avviati ben prima dell’attuale frangente politico.
La rete delle influenze e il meccanismo degli appalti pilotati
Ciò che emerge dagli atti è la struttura di un sistema che, nelle intenzioni degli inquirenti, avrebbe operato con una continuità tale da configurarsi come una prassi consolidata. Il ricorso ai fondi neri, la capacità di influenzare le procedure di gara fin dalle fasi embrionali della loro definizione tecnica, e il coinvolgimento trasversale di figure istituzionali e manageriali suggeriscono una commistione di poteri che la procura sta cercando di districare. Le indagini si concentrano sulla genesi degli affidamenti, cercando di verificare se – come sospettato – la scelta dei vincitori fosse determinata in anticipo attraverso il pagamento di tangenti, poi ripulite attraverso un fitto intreccio di operazioni finanziarie opache. Le perquisizioni, in questo senso, hanno rappresentato solo la punta dell’iceberg di un lavoro investigativo che punta a ricostruire il flusso di denaro e il ruolo di ciascuno dei ventisei indagati, in un contesto dove gli appalti non riguardano solo il profitto economico, ma la sicurezza e l’efficienza di infrastrutture considerate vitali per il Paese.




