Guida Iren ma fa affari con Hera: scoppia il caso Dal Fabbro
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Redazione Economia
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Un’operazione industriale che, seppur formalmente ineccepibile, solleva pungenti interrogativi sui confini tra ruoli manageriali e interessi personali: è questa la questione emersa con l’acquisizione da parte del Gruppo Hera di Sostelia, player di riferimento nel trattamento delle acque. L’enterprise value dell’accordo, che porta sotto il controllo della multiutility bolognese il pacchetto totale di Società Trattamento Acque e delle sue controllate, è stato fissato a 138 milioni di euro. A suscitare attenzione, però, non sono tanto i dettagli finanziari dell’operazione, quanto piuttosto la figura di uno dei principali artefici della vendita. Tra i fondatori e soci del fondo Xenon Fidec, che controllava il 65% di Sostelia, figura infatti Luca Dal Fabbro, presidente esecutivo e dirigente di Iren, multiutility che nei territori di riferimento si trova a competere direttamente con Hera su servizi come energia, gas, acqua e rifiuti.
Il cortocircuito di una doppia veste
La posizione di Dal Fabbro, il quale ha legittimamente partecipato all’affare in virtù del suo ruolo nel fondo di private equity, disegna uno scenario sui generis che molti osservatori hanno definito un cortocircuito. Da un lato, egli guida infatti una società, Iren, che ha nella multiutility e nella gestione del ciclo idrico uno dei suoi core business; dall’altro, è stato parte attiva nella cessione di un asset strategico come Sostelia a una concorrente diretta della stessa Iren. Un passaggio che, stando alle dichiarazioni dell’amministratore delegato di Hera Orazio Iacono, rafforza in modo significativo il posizionamento del gruppo emiliano proprio nei settori “water e waste”, considerati strategici per la crescita. La vicenda, quindi, pone il problema della trasparenza e della potenziale conflittualità, pur nell’ambito di una prassi operativa formalmente corretta e comune nel mondo della finanza.
La struttura dell’operazione e i suoi attori
L’accordo vincolante stipulato prevede l’acquisto del 100% di STA e delle relative quote in un complesso di società controllate, tra le quali figurano NTW, CID, NPC, Trentino Acque, COMS, Acque della Concordia e Arcobaleno GC. Questo conglomerato, noto come Gruppo Sostelia, rappresenta un operatore privato di primo piano nelle tecnologie per la depurazione e il trattamento delle acque, sia per uso civile che industriale. Il pacchetto di controllo era detenuto, come accennato, da Xenon Fidec, fondo di private equity impact gestito da Xenon AIFM, mentre la quota residuale del 35% era in mano a imprenditori legati alle stesse società del gruppo. La trattativa, che ha portato Hera a diventare il principale operatore italiano in questo specifico segmento, è stata dunque gestita attraverso canali finanziari in cui figuravano professionisti con incarichi di rilievo in aziende concorrenti dell’acquirente.
Le implicazioni di un modello di business
Il caso porta inevitabilmente a riflettere sulle modalità con cui vengono oggi costruiti i percorsi di carriera dei top manager, spesso caratterizzati da un intreccio tra ruoli esecutivi in grandi società quotate e partecipazioni in veicoli di investimento. Se da un punto di vista legale non sussistono violazioni, poiché le due sfere – quella manageriale e quella di investitore privato – sono tenute rigorosamente separate, è sul piano della percezione e dell’etica che sorgono i dubbi. La possibilità che un dirigente di una multiutility possa, attraverso un fondo, trattare la cessione di asset strategici a un concorrente, pur senza coinvolgere direttamente l’azienda che guida, dischiude interrogativi non banali sulla governance e sui potenziali conflitti di interesse, anche solo indiretti. La questione, che ha fatto discutere i palazzi della finanza e dell’industria, rimane aperta, illustrando le complesse sfumature che caratterizzano l’alta dirigenza nel panorama utility italiano.




