Crimson Desert, il motore grafico e quel successo da cinque milioni di copie tra vendite record e critiche alla trama

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   C’è un paradosso, in questi giorni, che aleggia intorno a Crimson Desert, il kolossal open world di Pearl Abyss, e riguarda la natura stessa del consenso attorno a un prodotto videoludico di tale ambizione. Da un lato, infatti, i numeri parlano con la freddezza dei dati: quasi cinque milioni di copie vendute, una soglia che il Titolo si appresta a varcare a brevissimo, confermando una traiettoria commerciale che aveva già mostrato il suo potenziale esplosivo sin dalle prime ore. Il dato, d’altronde, era già stato anticipato da un debutto da record, con due milioni di copie piazzate in ventiquattr’ore e tre milioni raggiunti in meno di una settimana, un ritmo che ha finito per riverberarsi – dopo un iniziale scossone al ribasso – anche sul valore delle azioni della software house sudcoreana. Dall’altro lato, però, si staglia un’analisi critica che, pur riconoscendo il valore tecnologico dell’opera, ne individua il tallone d’Achille in quella che dovrebbe essere l’anima di ogni epopea narrativa: la storia, la sua costruzione, i personaggi che la abitano.

A gettare luce sul perché Crimson Desert riesca a incantare pur nella consapevolezza dei suoi limiti narrativi è, innanzitutto, un’analisi tecnica approfondita come quella condotta da Digital Foundry. Gli esperti hanno posto l’accento su un elemento che, per chi ha avuto modo di osservare i filmati di gioco, appare fin da subito come il vero protagonista silenzioso: il BlackSpace Engine. Si tratta del motore grafico proprietario di Pearl Abyss, e osservandone i risultati verrebbe quasi da esclamare, riprendendo un celebre slogan, che “la potenza è nulla senza controllo”. Il segreto, in questo caso, non risiede tanto nella potenza bruta, quanto in un’ossessiva attenzione all’ottimizzazione, un mantra che permette al gioco di offrire un’impressionante fedeltà visiva senza sacrificare la fluidità, specialmente in un contesto open world dove la gestione delle risorse è tradizionalmente una sfida titanica. È quel cuore tecnologico, insomma, a permettere a Crimson Desert di ambire a ridefinire gli standard del genere, offrendo un’esperienza visiva che, al netto delle perplessità su altri fronti, ha convinto pressoché all’unanimità.

La delusione narrativa e le parole del CEO

Proprio su quel versante meno convincente si è concentrata l’attenzione durante un recente Q&A con gli investitori, dove il CEO di Pearl Abyss, Heo Jin-young, ha avuto modo di rispondere alle critiche più ricorrenti. Le lamentele, per quanto emerse in modo trasversale tra giocatori e critica, sono sostanzialmente convergenti: Crimson Desert presenta una trama poco chiara, una struttura narrativa che fatica a trovare un suo equilibrio e personaggi percepiti come deboli o superficiali. L’ammissione, da parte del numero uno della compagnia, è stata in tal senso sorprendentemente franca, laddove ha dichiarato di “comprendere in parte la delusione” del pubblico. Una presa di posizione che lascia intendere come all’interno del team di sviluppo vi fosse la consapevolezza di un certo squilibrio nelle priorità produttive, con gli sforzi maggiori concentrati sul gameplay – ritenuto, a suo avviso, il vero punto di forza dello studio – a discapito della profondità della sceneggiatura.

La guida ai trofei e la struttura delle sfide

Per i giocatori che, nonostante queste riserve, intendono portare a termine l’esperienza al massimo delle sue possibilità, la struttura dei trofei si rivela sorprendentemente lineare, quasi a voler premiare la completezza più che la complessità combinatoria. L’elenco dei riconoscimenti, in particolare quello necessario per raggiungere il tanto ambito platino, non prevede deviazioni particolarmente tortuose: l’imperativo è completare la storia, spostare il campo principale e, soprattutto, portare a termine tutte le sfide presenti nel gioco al cento per cento. Ogni categoria di sfide, una volta completata, sblocca il trofeo corrispondente, rendendo la caccia al platino un’estensione naturale dell’esplorazione più che un esercizio di abilità fine a sé stesso. La fase iniziale suggerita dai completisti, in tal senso, è piuttosto chiara: prima di tutto conviene rivelare la mappa interamente, attivando le otto Campane Nascoste disseminate per il mondo (con l’unica eccezione della Campana di Pailune, il cui accesso è vincolato ai progressi nella storia principale), per poi procedere con il potenziamento dell’equipaggiamento e la ricerca degli Artefatti dell’Abisso Sigillati, elementi questi che risultano funzionali allo sblocco progressivo delle sfide stesse.

Un successo commerciale che pesa più delle parole

Al di là delle considerazioni sulla qualità narrativa, l’impatto commerciale di Crimson Desert è un fatto oggettivo e difficilmente ignorabile. Il traguardo delle cinque milioni di copie, ormai imminente, rappresenta un risultato che pochi titoli del genere riescono a raggiungere in tempi così ristretti, e certifica la capacità di Pearl Abyss di intercettare un pubblico vastissimo, evidentemente più interessato alla solidità del gameplay e alla spettacolarità tecnica che alla coerenza della sceneggiatura. L’effetto sul mercato azionario, dopo una correzione iniziale che aveva fatto registrare un calo vicino al 30%, ha raccontato la stessa storia: il valore della compagnia è tornato a salire, scommettendo sulla longevità di un prodotto che, forte di una base tecnica così solida e di un’impalcatura di contenuti secondari ricca, potrebbe continuare a vendere a ritmo sostenuto anche nei prossimi mesi. La marcia trionfale del titolo, insomma, prosegue indipendentemente dalle polemiche, dimostrando come nel mercato videoludico contemporaneo la qualità dell’esperienza di gioco, intesa come interazione e spettacolo, possa talvolta sopperire a quelle che un tempo sarebbero state considerate lacune strutturali insanabili.

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