La tragedia sul Broad Peak e la fine dell'era di Nims Purja: dieci vite spezzate sull'Ottomila

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notizia, giunta in tarda serata attraverso un comunicato dell'Alpine Club of Pakistan, ha sconvolto il mondo dell'alpinismo internazionale. Sul Broad Peak, la dodicesima vetta più alta del pianeta con i suoi 8.047 metri, una valanga ha travolto una spedizione di dieci alpinisti guidata dal recordman Nirmal "Nims" Purja. Dopo giorni di ricerche in condizioni proibitive, i soccorritori hanno recuperato il corpo del leggendario scalatore britannico-nepalese all'altezza di circa 5.700 metri, in un'area di difficile accesso dove le operazioni di salvataggio hanno dovuto fare i conti con un terreno impervio e nevicate instabili. La conferma ufficiale della morte di Purja è arrivata prima dalla società Elite Exped, da lui cofondata, e poi dal primo ministro del Nepal Balendra Shah, che ha parlato di una tragedia capace di "sconvolgere" l'intera nazione.

La spedizione e le vittime

La spedizione, che aveva preso il via nelle prime ore di giovedì 30 luglio, era composta da un gruppo eterogeneo di alpinisti provenienti da Nepal, Pakistan, Stati Uniti, Oman e Cina.

Insieme a Purja, 43 anni, ex soldato della brigata Gurkha e membro delle forze speciali britanniche, persero la vita altri nove scalatori: la guida pakistana Sohail Sakhi di Moving Mountains, l'omanita Nadhira Ahmed Abdullah Al Harthy (prima donna del suo paese a raggiungere la vetta dell'Everest), l'americana Mallory Geis, il cinese Wang Zhong e i nepalesi Pur Bahadur Gurung "Yukta", Kili Pemba Sherpa, Nima Sherpa, Nawang Thindu Sherpa e Gyalu Sherpa.

Secondo quanto ricostruito, il gruppo era suddiviso in quattro squadre e stava affrontando la salita quando, intorno alle 9 del mattino, si sono persi i contatti radio con la spedizione. Solo in serata è giunta la drammatica conferma che una slavina si era abbattuta sulla cordata a un'altitudine di circa 6.600 metri.

Operazioni di soccorso e recupero dei corpi

Le operazioni di ricerca e salvataggio, avviate immediatamente il giorno successivo, sono state ostacolate dal maltempo e dalle difficoltà logistiche insite nell'ambiente himalayano. La società Karakoram Vision, tour operator pakistano che seguiva la spedizione dal campo base, ha diffuso l'ultima immagine conosciuta di Purja e della sua squadra, scattata poche ore prima del disastro mentre i dieci alpinisti risalivano i pendii del Broad Peak. "All'improvviso, una valanga massiccia si è staccata sopra di loro.

Dopo che la neve si è diradata, abbiamo scandagliato i pendii superiori con orrore. Nessuno era più visibile", ha raccontato l'operatore in un post. Il recupero dei corpi si è rivelato estremamente complesso: sebbene i droni abbiano presto localizzato le vittime, il primo corpo recuperato e trasportato in elicottero a Skardu è stato quello dell'omanita Al Harthy, seguito da altri due. Solo nella giornata di domenica 2 agosto, le squadre di soccorso a terra sono riuscite a raggiungere il punto dove giaceva Purja, a circa 5.700 metri di quota.

"È una montagna che amava, e che ora ce lo ha portato via", ha scritto l'Alpine Club of Pakistan annunciando il ritrovamento. Il segretario generale del club, Ayaz Shigri, ha poi confermato che i soccorritori stavano trasportando a valle quattro corpi, mentre un quinto era stato avvistato a una quota più elevata e, viste le condizioni proibitive, difficilmente sarebbe stato recuperato.

Un'impresa impossibile diventata realtà

Nirmal Purja era diventato una leggenda vivente dell'alpinismo mondiale nel 2019, quando completò l'ascesa di tutti i 14 Ottomila in soli sei mesi e sei giorni, un'impresa raccontata nel documentario Netflix "14 Peaks: Nothing Is Impossible" che lo ha reso celebre al grande pubblico. In quell'occasione aveva dimostrato una capacità fisica e organizzativa fuori dal comune, sfruttando una logistica militaresca ma anche un carisma che lo aveva reso un pioniere nel mondo delle spedizioni commerciali in alta quota.

L'ultimo progetto di Purja, che avrebbe dovuto suggellare la sua carriera, mirava a un traguardo ancora più ambizioso: diventare il primo uomo nella storia a scalare tutte le 14 vette sopra gli 8.000 metri due volte senza l'ausilio di ossigeno supplementare.

Come lui stesso aveva raccontato nei giorni precedenti alla partenza, il Broad Peak non era inizialmente nei piani, ma aveva deciso di modificare l'itinerario per cogliere una "occasione inaspettata" che gli avrebbe consentito di avvicinarsi a questo storico record, lasciando solo il Cho Oyu per completare l'opera. Pochi giorni prima della tragedia, in un post sui social, Purja aveva scritto: "Non prendo mai una montagna alla leggera. Chiedo solo una salita sicura e un ritorno sicuro".

Il cordoglio e l'eredità di un campione

Il messaggio di cordoglio per la scomparsa del recordman ha rapidamente superato i confini del mondo della montagna, raggiungendo le istituzioni e la casa reale britannica. Il principe William ha espresso personalmente le sue condoglianze alle famiglie delle vittime.

In Italia, Sandro Parisotto, presidente di Scarpa spa, l'azienda che aveva accompagnato l'alpinista in molte delle sue imprese tecniche, ha ricordato Purja come "uno degli alpinisti che più hanno segnato la nostra epoca", capace di "ridefinire i confini di ciò che sembrava possibile". Il mondo dell'alpinismo, e in particolare la comunità nepalese, piangono non solo un campione di eccezionale talento, ma anche un uomo che, come raccontato da chi lo ha conosciuto, "ha cambiato per sempre i limiti di ciò che credevamo possibile".

La sua morte, avvenuta mentre cercava di spingersi oltre l'impresa che lo aveva reso immortale, segna la fine di un'era per l'alpinismo contemporaneo, lasciando un vuoto incolmabile e un'eredità fatta di record che, almeno per il momento, sembrano appartenere a un'altra epoca.

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