Filippi, l’ex senatore rapinato in villa: «Pugni e pistola in faccia, poi un’ora di sequestro»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Arcugnano, il respiro dell’ex senatore Alberto Filippi è ancora affannato mentre ripercorre i momenti successivi all’agguato. È accaduto tutto intorno alle 23 di venerdì 17 aprile, quando l’imprenditore vicentino, rientrato dopo una cena, ha varcato il cancello della sua abitazione senza sapere che, appena dietro l’angolo, in un cespuglio, quattro uomini incappucciati lo stavano aspettando. L’operazione, a giudicare dalla dinamica fulminea e dalla precisione con cui si sono mossi all’interno della villa, sembra essere stata studiata nei minimi dettagli: conoscevano orari, abitudini e la conformazione della casa.

Non appena l’auto è stata parcheggiata in garage, la violenza è esplosa. L’ex parlamentare è stato sorpreso alle spalle, e non c’è stato il tempo di reagire. «Mi hanno aggredito in quattro – ha raccontato a voce bassa – e c’è stata una prima colluttazione, ma poi mi hanno riempito di pugni». A spezzare ogni residua resistenza è stato il rumore metallico di una pistola armata, che un istante dopo gli è stata puntata dritta in mezzo agli occhi. Sotto quella minaccia, Filippi ha dovuto cedere: ha aperto le porte della villa, un gesto che lui stesso definisce l’inizio di una «tragedia interiore», perché sapeva che dentro c’erano sua moglie Monica e le loro due bambine piccole.

La famiglia sotto chiave e la perquisizione forzata

Una volta dentro, il copione della banda si è fatto ancora più crudele. Per evitare fughe di notizie o reazioni impulsive, i malviventi hanno separato l’imprenditore dalla sua famiglia. Mentre la moglie e le figlie venivano rinchiuse nella camera da letto al piano superiore – tenute sotto sequestro ma, per fortuna, senza subire violenze fisiche – Filippi è stato condotto al piano inferiore. Qui, uno dei rapinatori gli ha puntato contro un lungo cacciavite, costringendolo a fare la guardia mentre i complici mettevano a soqquadro ogni stanza.

L’attesa, per chi era segregato, è durata circa un’ora. Un’ora che Filippi ricorda come un tempo sospeso, in cui non poteva parlare né muoversi, ascoltando solo il rumore di cassetti aperti e oggetti raccolti frettolosamente al piano di sopra. I quattro agivano con determinazione, focalizzando l’attenzione su beni specifici di altissimo valore: orologi di prestigio (alcuni stimati centinaia di migliaia di euro) e borse di lusso. Alla fine, il conteggio del bottino effettuato dalle vittime ha raggiunto una cifra astronomica, pari a circa tre milioni di euro.

L’attesa angosciante e la liberazione

Trascorsa quell’ora interminabile, i rapinatori hanno infine accompagnato Filippi al piano superiore per ricongiungersi con i familiari. Un gesto che sapeva di resa dei conti, perché la banda si è dileguata subito dopo, sparendo nel buio della notte vicentina senza lasciare tracce evidenti. È stato a quel punto, ancora sotto shock ma con la lucidità di chi vuole mettersi in salvo, che l’ex senatore è riuscito a recuperare un telefono per lanciare l’allarme.

Le conseguenze psicologiche, come lui stesso ha confessato, resteranno impresse a lungo. «Sicuramente ora non sarà più come prima – ha ammesso con voce provata – Dovrò convivere con la paura, controllare sempre l’allarme. Sono cose che ti segnano». Su questo aspetto, gli inquirenti – che hanno affidato le indagini ai carabinieri – stanno ora vagliando le immagini delle telecamere di sorveglianza della zona per ricostruire i movimenti della banda prima e dopo il colpo.

Le piste investigative e il profilo della banda

Nonostante il professionismo dimostrato, un dettaglio emerso dalle prime dichiarazioni della vittima potrebbe rappresentare un elemento chiave per restringere il cerchio dei sospettati. Secondo quanto riferito da Filippi agli inquirenti, i quattro malviventi che hanno messo a segno la rapina «non erano italiani». Si tratterebbe, dunque, di una banda probabilmente specializzata in questo genere di raid contro ville isolate o imprenditori facoltosi, un fenomeno purtroppo già osservato in altre zone del Nord Italia.

La scelta di agire in quattro, con due armi diverse (pistola e cacciavite) e la decisione di neutralizzare la famiglia per un lasso di tempo così lungo, denota una spiccata capacità organizzativa e una certa familiarità con il territorio di Arcugnano. L’ex senatore, che nel frattempo cerca di tornare a una parvenza di normalità circondato dalla sua famiglia – seppur provata ma fisicamente incolume – si è limitato a collaborare con gli investigatori, mentre l’unico pensiero, adesso, è quello di proteggere le mura domestiche che sono state violate in modo così brutale.

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