Il “guardiolismo” e il vivaio tradito: Capello accusa, la Sampdoria si interroga sul futuro di Mancini

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Non è un paese per giovani. Ci perdonino i cultori della cinematografia hollywoodiana per questa rivisitazione blasfema della pellicola dei fratelli Coen, ma non vi era titolo migliore per riflettere la crisi profonda che sta attraversando il nostro calcio. Un ecosistema bloccato, per certi versi tossico, in cui a farla da padrone è l’egoismo più puro. Dove l’ambizione personale del singolo allenatore conta più del futuro collettivo, e dove la fretta di monetizzare – per stare al passo con le altre realtà d’Europa con poteri d’acquisto incomparabili ai nostri – ha preso il posto della pazienza. È in questo scenario che si inserisce il j’accuse di Fabio Capello, il quale, intervenuto in occasione del “Global Launch of the 100’s” dell’European Golden Boy a Solomeo, ha letteralmente sparato a zero sulla deriva tattica del nostro paese, un fenomeno che lui non esita a definire come un vero e proprio morbo.

La dittatura del possesso e la perdita dell’identità

Secondo l’ex tecnico, artefice dello scudetto romanista del 2001, la causa di gran parte dei mali attuali risiede in quella che lui chiama “febbre da guardiolismo”. Abbiamo cercato di imitare il modello del calcio posizionale, quello del giro palla ipnotico e del fraseggio stretto, senza però disporre degli interpreti adatti a un simile copione. “Il guardiolismo ci ha rovinati”, tuona Capello, sottolineando come questa ossessione abbia portato all’abbandono dei fondamentali più antichi: difendere e parare. Il risultato è un possesso palla sterile – quello che, come dice lui con una metafora efficace, “fa venire il latte alle ginocchia” – che toglie personalità ai calciatori. Quando l’allenatore in panchina urla di non perdere la sfera, l’istinto alla giocata verticale si atrofizza. Lo stesso Capello ha citato l’esempio di City e Chelsea, squadre che nelle loro migliori performance attendono l’ultimo secondo per rifugiarsi dal portiere, criticando un calcio che ha smarrito la voglia di rischiare e la velocità di esecuzione. Una lentezza, quella italiana, che si scontra inevitabilmente con la necessità di lanciare i giovani, i quali, come ha ribadito l’ex tecnico, andrebbero allenati stabilmente con la prima squadra per assorbirne l’intensità, invece di essere isolati in campionati “parcheggio” o in seconde squadre che, a suo avviso, non sostituiscono mai del tutto l’esperienza formativa del prestito lontano da casa.

L’aneddoto su Aquilani e De Rossi: quando la qualità non basta

Proprio sul tema della maturazione dei giovani, Capello ha offerto uno spaccato illuminante della sua esperienza alla Roma. Ha svelato un retroscena che riguarda due colonne del centrocampo giallorosso, Alberto Aquilani e Daniele De Rossi. Inizialmente, l’allenatore era convinto che il primo fosse più forte: lo riteneva superiore dal punto di vista tecnico. Tuttavia, quando li lanciò, le loro reazioni furono diametralmente opposte. Aquilani, schierato contro la Triestina, giocò con la paura addosso, frenato da un timore reverenziale che ne bloccava le giocate. De Rossi, al contrario, scese in campo con la stessa spregiudicatezza che mostrava negli allenamenti. “De Rossi era pronto, Aquilani no”, ha concluso Capello, usando questo paragone per spiegare come la qualità dei piedi, se non sostenuta dalla forza mentale e dalla personalità, rischia di rimanere sterile. Un insegnamento amaro, che fotografa alla perfezione il divario che spesso esiste tra il talento potenziale e la sua effettiva spendibilità nel calcio professionistico che conta.

La rivoluzione silenziosa in casa Sampdoria

Mentre Capello infiamma il dibattito nazionale con queste dichiarazioni, un’altra partita, più silenziosa ma altrettanto decisiva, si sta giocando nei corridoi della Sampdoria. Il club blucerchiato, spinto dalla regia di Jesper Fredberg, sta effettuando una profonda rivoluzione interna per ridefinire gli assetti in vista delle prossime stagioni. Il fulcro di queste manovre, ancora in evoluzione, riguarda la permanenza dei quadri dirigenziali. L’idea che sta spiazzando molti addetti ai lavori è quella di non optare per un semplice avvicendamento, ma di affiancare una nuova figura professionale all’attuale direttore sportivo, Andrea Mancini. L’ipotesi, ancora tutta da verificare, è quella di creare un doppio binario di comando. Una scelta, questa, che se da un lato raddoppierebbe le forze operative sull’asse del mercato, dall’altro rappresenterebbe inevitabilmente un depotenziamento del ruolo di Mancini, il quale si troverebbe a dividere onori e oneri come già accaduto in passato ad altri manager in riva al golfo. Una situazione di stallo che potrebbe portare l’attuale ds a un bivio obbligato: accettare la riduzione del proprio raggio d’azione o risolvere il contratto per cercare nuove strade altrove.

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