Il drone russo in Romania e l'allarme di Monaco: così Mosca allarga il perimetro del conflitto

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è un momento, nell’evoluzione di un conflitto, in cui le linee rosse smettono di essere invalicabili e si trasformano, quasi senza che nessuno se ne accorga, in semplici avvisi ai naviganti.

Quello che è accaduto tra la notte del 28 e la mattina del 29 maggio lungo il confine orientale della Romania rappresenta forse proprio questo snodo: un drone russo, identificato come un Geran-2, non si è limitato a violare lo spazio aereo di un paese Nato, ma è precipitato contro un edificio residenziale di dieci piani nella città di Galati, ferendo due civili e costringendo all’evacuazione di una settantina di residenti.

L’incidente, che ha spinto Bucarest a convocare d’urgenza l’ambasciatore russo, non è stato un episodio isolato; esso si inserisce in una strategia più ampia, quella di un allargamento del perimetro della guerra che Mosca sembra volere testare metro dopo metro, sondando la reale determinazione dell’alleanza atlantica.

L'incidente di Galati e la reazione di Bucarest

Le autorità rumene sono state costrette ad attivare protocolli pensati per uno scenario di guerra: due caccia F-16 sono decollati in missione di intercettazione, mentre il ministro della Difesa ad interim, Radu Miruta, rivelava pubblicamente un’amara verità tecnica. Il drone, rilevato dai nuovi radar installati proprio dopo un precedente allarme di due settimane prima, è rimasto nello spazio aereo rumeno per quattro minuti.

In quel lasso di tempo – come lo stesso ministro ha spiegato – l’abbattimento non è stato possibile senza rischiare che il proiettile causasse danni maggiori in città o che, varcando nuovamente il confine, venisse interpretato come un’ingerenza diretta nel conflitto ucraino.

Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha subito rassicurato Bucarest sulla prontezza dell’alleanza a difendere «ogni centimetro del territorio alleato», mentre il Cremlino, tramite la voce del suo ex presidente e attuale vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Dmitrij Medvedev, rispondeva con una minaccia gelida: tutti i paesi europei farebbero meglio a «stare zitti», perché sono «partecipanti diretti alla guerra contro la Russia».

L'ombra di un drone si allunga sulla Germania

Il giorno successivo, a distanza di poche ore, la tensione è schizzata a nord, nel cuore della Baviera. L’aeroporto di Monaco di Baviera, uno degli scali più trafficati del continente, è rimasto paralizzato per circa un’ora dopo che due piloti, in due segnalazioni indipendenti, hanno riferito di aver avvistato un «oggetto volante» sospetto nelle vicinanze delle piste.

La polizia federale ha chiuso i decolli e gli atterraggi, dirottando ventisei voli verso aeroporti alternativi come Stoccarda, Francoforte o Linz, per poi riaprire tutto intorno alle 10:05, dopo aver setacciato l’area con un elicottero senza trovare alcuna minaccia concreta. Che si sia trattato di un innocuo errore, di un esercizio di disturbo o di un’operazione di intelligence mirata a creare panico logistico, l’effetto è stato quello di dimostrare la vulnerabilità anche di un paese che, come la Germania, non confina direttamente con il fronte ucraino.

La risposta dell'alleanza e la sfida della deterrenza

L’episodio rumeno, in particolare, ha costretto la Nato a fare i conti con una lacuna tecnologica e strategica che i vertici militari conoscevano bene ma che raramente era emersa con tale brutalità: la difficoltà di contrastare efficacemente l’ondata di droni a basso costo (quelli russi Geran-2 o Shahed) senza innescare una reazione a catena. Il governo romeno ha ufficialmente chiesto all’alleanza di accelerare lo spiegamento di sistemi anti-drone avanzati nella regione della Dobrugia, una richiesta che fa da specchio a un’inquietudine più profonda.

Per oltre quattro anni, come si legge nel promemoria iniziale, l’Occidente ha oscillato tra la sottovalutazione catastrofista della resistenza ucraina e l’attuale, pericolosa, tendenza a considerare la Russia come un colosso dai piedi d’argilla. Ma la caduta di un ordigno su un palazzo di Galati – il primo caso di un attacco diretto con feriti su suolo Nato – dimostra che Mosca ha deciso di alzare la posta, giocando sul filo dell’ambiguità per verificare se la paura dell’escalation possa paralizzare il meccanismo di difesa collettiva dell’Articolo 5.

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