Così lontana così presente. Riflessioni sull’Europa dalla Washington di Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Pochi giorni a Washington, passati infilandosi in riunioni tra uffici grigi e sale riunioni sovraffollate di think tank, non possono che servire – lo si capisce subito – a farsi un’idea di massima, quasi impressionistica, dello stato del dibattito sulla politica estera. Eppure, questa ridda di incontri con funzionari della delegazione Ue, con l’ambasciata italiana e con analisti di centri studi tanto diversi fra loro (dal progressista Center for American Progress ai campioni dell’atlantismo come Atlantic Council e German Marshall Fund, passando per la Brookings Institution, che incidentalmente fu per un periodo datore di lavoro di chi scrive, fino al Quincy Institute per i “restrainers”, gli scettici dell’interventismo globale) ha fornito spunti che arricchiscono le riflessioni di chi studia la politica estera dalla distante – e talvolta provinciale – Italia.

L’Europa tradita, come gli Stati Uniti

C’è una frase di Donald Trump che suona come l’ennesima provocazione, ma che a guardarla bene nasconde una verità cruda: gli alleati non hanno aiutato abbastanza gli Stati Uniti. Parole che, nelle intenzioni del presidente – ormai da più di un anno alla Casa Bianca, tanto che la sua rielezione non fa più notizia – mostrano una visione del mondo fatta di rapporti muscolari, sospetti reciproci, debiti, contributi e percentuali. Se però si prende sul serio quella frase, se la si rovescia come un guanto, allora rivela una verità più inquietante e tragica. Perché forse, aggiungono i funzionari europei incontrati, il tradimento non è stato subito dall’America, ma è stato piuttosto l’Europa a tradire sé stessa, affidandosi per decenni a una protezione militare che dava per scontata. E loro, dall’altra parte dell’Atlantico, se ne sono accorti.

Siamo già nel futuro post americano

Come sarà l’Europa senza la presenza militare e politica degli Stati Uniti? Gli europei farebbero bene a prepararsi a questa eventualità, perché non c’è più alcun dubbio, ascoltando i discorsi nei corridoi del German Marshall Fund o le analisi pacate della Brookings, che il presidente Trump voglia porre fine all’alleanza nordatlantica. Ne è ben avviato, aggiungono i restrainers del Quincy Institute. L’unica domanda che resta – e in molti se la pongono, a voce bassa, nei briefing – è se ritirerà formalmente gli Stati Uniti dalla Nato o se ne svuoterà semplicemente il significato attraverso l’incuria e il disprezzo quotidiano. Intanto, qui a Washington, nessuno sogna più una difesa comune come ai tempi della guerra fredda. Si discute soltanto della velocità con cui l’Europa dovrà imparare a cavarsela da sola.

L’antiamericanismo dilaga, ma forse è il sintomo

C’è un’immagine di qualche giorno fa che rende bene la difficoltà di raccapezzarsi di fronte a una realtà internazionale in continuo mutamento. Quella del primo ministro italiano mentre interviene all’assemblea di Federalberghi e apprende in diretta – microfono alla mano – che Teheran ha nuovamente chiuso lo stretto di Hormuz. Meloni, interdetta, scandisce che ormai bisogna impegnarsi «ogni minuto» per tenere dritta la barra, in un mondo dove «l’instabilità è la nuova normalità». Ecco, da Washington quella normalità si vede ancora più nitida. L’antiamericanismo, dicono alcuni esperti incontrati, non è più una posizione politica marginale: dilaga, e gli europei farebbero bene a rispondere non con sterili rigurgiti retorici, ma costruendo una politica estera a geometrie variabili. Senza più aspettare il via libera da oltreoceano.

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