Bertinotti: “Così nelle strade del G8 finì il Novecento”
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Redazione Interno
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ROMA. Le parole di Fausto Bertinotti, a venticinque anni di distanza, restituiscono il senso di una frattura epocale che ebbe come epicentro le strade di Genova. L'ex segretario di Rifondazione Comunista, che quelle giornate le visse da protagonista politico, definisce il G8 del 2001 uno "spartiacque", il momento in cui "finì il Novecento", il secolo del movimento operaio, e nacque qualcosa di radicalmente diverso.
Quella che si consumò nel capoluogo ligure, secondo Bertinotti, non fu una semplice manifestazione di piazza, ma il punto più alto di un movimento che aveva messo in discussione il pensiero unico sulla globalizzazione capitalistica, per poi essere schiacciato da una repressione sistemica che ha lasciato ferite ancora aperte nella coscienza civile del Paese.
Lo spartiacque di Genova e la fine di un'epoca
Per inquadrare il peso di quell'evento, Bertinotti ricorre a una metafora potente, quella del "balzo della tigre" di Walter Benjamin, per descrivere un momento di rottura tale da aver segnato per sempre il rapporto tra movimenti e politica. "A Genova si è prodotto il punto più alto di un movimento che da Seattle, passando per le capitali occidentali e orientali, aveva messo in discussione in modo radicale il pensiero unico sulla globalizzazione capitalistica", ha spiegato il leader politico in un'intervista rilasciata in occasione del ventennale della mobilitazione.
Secondo la sua analisi, l'evento rappresentò il tramonto di una fase storica, quella del Novecento dominato dal movimento operaio con un centro tematico e una matrice politica chiari, per lasciare spazio a soggetti policentrici che agivano fuori dalla guida dei partiti. "I movimenti che si raccolsero a Genova, invece, erano policentrici e si esprimevano fuori dalla guida dei partiti. ci fu anche un elemento di continuità, però, con la ripresa della ragione principale del Novecento: l’idea della rivoluzione e della trasformazione radicale come obiettivo", ha aggiunto, sottolineando come i Social forum fossero il luogo dove l'elaborazione politica si intrecciava in modo inedito con l'esperienza di massa e il conflitto di strada.
La genesi di un movimento e la nascita del "No Global"
La contestazione che esplose a Genova nel luglio 2001 non nacque dal nulla. Essa fu il culmine di un ciclo di mobilitazioni internazionali iniziate a Seattle nel 1999, contro il WTO, e proseguite a Praga e Napoli, dove il movimento iniziò a sperimentare nuove forme di comunicazione e di azione diretta. Il cosiddetto "movimento No Global", termine coniato dalla stampa per semplificare una realtà complessa, riuniva un melting pot di realtà, gruppi e associazioni non governative accomunate dalla critica alla globalizzazione neoliberista, ritenuta fonte di inaccettabili disuguaglianze.
In occasione del Global Forum di Napoli nel marzo 2001, gli attivisti italiani misero in pratica la "guerriglia comunicativa", entrando nei McDonald's con pecore e pastori per contestare il modello alimentare e mostrare l'alternativa. Quella, come ricordano gli organizzatori, fu una prima risposta alla massima della Thatcher secondo cui "non c'è alternativa", un dogma che il movimento ruppe per sempre.
Questa nuova generazione di attivisti, che a Genova rappresentava oltre l'80% dei presenti, aveva meno di trent'anni e si proponeva come un soggetto politico inedito, capace di utilizzare il simbolo come "supplenza" a un programma ancora in fase di maturazione.
La repressione, le vittime e il fallimento della politica
La risposta delle istituzioni a questa ascesa fu una repressione di una ferocia inaudita, definita da Amnesty International come "la più grave sospensione dei diritti umani e democratici in un Paese occidentale nel secondo dopoguerra". Le immagini della morte del giovane manifestante Carlo Giuliani in piazza Alimonda, il massacro alla scuola Diaz (dove 93 giovani disarmati vennero picchiati selvaggiamente) e le torture inflitte nella caserma di Bolzaneto divennero il simbolo di una deriva autoritaria.
Secondo Bertinotti, fu una strategia preordinata a livello internazionale per "schiantare" l'ascesa dei movimenti di massa: "Non penso a un complotto, ma a una strategia preordinata sì: si decise che l’ascesa dei movimenti di massa doveva essere schiantata e lo si mise in pratica". A soccombere, però, non fu solo il movimento in sé, che anzi riuscì a reagire con una straordinaria prova di nonviolenza alla provocazione, ma la politica e in particolare la sinistra.
Il leader di Rifondazione Comunista ha parlato di due sconfitte epocali: quella della sinistra riformista, che si separò totalmente dai movimenti diventando forza governativista, e quella della sinistra radicale, che tentò di immergersi nel movimento ma "non osò farlo del tutto".
"Noi perdemmo perché non osammo ciò che sembrava impossibile, cioè aderire all’idea che – parafrasando Eduard Bernstein – 'il movimento è tutto'", ha ammesso Bertinotti, riconoscendo la responsabilità di non aver tentato di sciogliere il partito nel movimento per far nascere una nuova soggettività critica.
Una ferita che non si rimargina
A distanza di un quarto di secolo, il G8 di Genova resta una pagina di storia repubblicana che non trova pace. Il dolore per quanto accaduto è ancora vivo, come testimoniano le celebrazioni e le manifestazioni che hanno animato la città in questi giorni. La sorella di Carlo Giuliani ha dichiarato di voler continuare a lottare per un mondo migliore, mentre i magistrati che si occuparono dei processi, come Enrico Zucca, hanno parlato di una ferita che forse potrebbe iniziare a rimarginarsi grazie a una nuova sensibilità mostrata da alcuni funzionari delle forze dell'ordine.
Tuttavia, come sottolineato in un recente podcast dedicato all'evento, "Genova non è una pagina chiusa della storia italiana: è una domanda ancora aperta sul significato dei diritti, della partecipazione e della responsabilità delle istituzioni". I movimenti No Global avevano previsto le contraddizioni di un modello di sviluppo che oggi si manifestano nell'estrema concentrazione della ricchezza e nella crisi ambientale.
Don Luigi Ciotti, presente alle celebrazioni, ha ricordato che "c’è ancora bisogno" di quello slancio critico, per non tacere di fronte alle disuguaglianze e alla "guerra mondiale a pezzi". Ma se le ragioni di quelle lotte appaiono oggi più attuali che mai, il fallimento di una generazione che sognava un altro mondo possibile è una lezione che la sinistra e il Paese intero non hanno ancora interamente elaborato, in un presente segnato dall'ascesa di nuovi populismi e dall'ombra di un potere che, come allora, continua a manifestarsi in forme inquietanti.




