Volkswagen taglia 100 mila posti e racconta la crisi profonda dell'auto tedesca ed europea
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Redazione Economia
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La maxi-austerità varata da Volkswagen, che si prepara a mettere in pratica un piano per tagliare 100mila posti di lavoro e chiudere quattro impianti in Germania, certifica la fase difficile del gigante di Wolfsburg, da anni sotto pressione per le sfide industriali legate alla competizione globale del settore auto, e anche quelle di un intero comparto che ha avuto per decenni, in Europa e nel mondo, un simbolo nel campione tedesco.
Arrivano dalla Germania le peggiori notizie economiche, ma in fin dei conti anche sociali e politiche, della giornata di ieri: centomila lavoratori di Volkswagen, una delle principali aziende automobilistiche europee insieme a Stellantis e a Renault, rischiano di perdere il posto in tutto il mondo di qui al 2030. Numeri che fanno rabbrividire per diversi motivi, a cominciare da quello squisitamente quantitativo: il gruppo Volkswagen impiega al momento circa 650.000 dipendenti; il taglio annunciato riguarderebbe quindi il 15% della forza lavoro, con un obiettivo di riduzione dei costi pari a 11 miliardi di euro.
I numeri del piano e il contesto industriale
L'entità del provvedimento, che prevede la chiusura di quattro stabilimenti in Germania, rappresenta una svolta epocale per un'azienda che ha sempre considerato la tutela dei posti di lavoro un pilastro della propria identità. La riduzione del personale, che andrebbe a toccare una fetta consistente della forza lavoro globale, arriva in un momento in cui il costruttore tedesco si trova a fare i conti con una domanda in calo sul mercato europeo e con una concorrenza sempre più agguerrita, specialmente per quanto riguarda i produttori cinesi di veicoli elettrici.
La decisione, seppur non ancora formalizzata nei dettagli ufficiali, è stata anticipata dalla testata Manager Magazin lo scorso 25 giugno, scatenando una tempesta di reazioni e dichiarazioni, anche se l'azienda non ha commentato lo scenario specifico delineato dalla rivista specializzata. In questo contesto, le difficoltà non riguardano soltanto Volkswagen, ma l'intero comparto automobilistico europeo, che sta faticosamente cercando di riconvertirsi verso la mobilità elettrica senza perdere competitività rispetto ai colossi asiatici e americani.
Le difficoltà interne e il peso della governance
Una parte della difficoltà a intervenire nasce dalla struttura interna del gruppo, che rende complesso qualsiasi tentativo di ristrutturazione radicale. La Bassa Sassonia, regione dove ha sede Volkswagen e dove operano cinque dei sei stabilimenti di assemblaggio della Germania occidentale, detiene una quota di voto del 20% ed è il secondo azionista del costruttore.
A questo si somma il forte peso dei rappresentanti dei lavoratori, che hanno già fatto sentire la loro voce: già venerdì il consiglio di fabbrica e il potente sindacato IG Metall hanno promesso di opporsi a ogni misura, dichiarando in una nota congiunta che, se tali piani andassero avanti, farebbero tutto ciò che è in loro potere per impedirli.
Questo fronte interno rappresenta un ostacolo considerevole per l'amministratore delegato Oliver Blume, il quale, durante l'assemblea generale del gruppo dello scorso 18 giugno, aveva anticipato che in estate sarebbero state prese ulteriori decisioni fondamentali insieme al Consiglio di sorveglianza, ribadendo l'obiettivo di diventare entro il 2030 "il costruttore automobilistico più attraente al mondo".
Le conseguenze economiche e sociali in Germania
L'impatto sociale di un simile provvedimento si riverberebbe in modo drammatico sull'economia tedesca, già provata da una stagnazione che preoccupa i vertici europei. La riduzione di 100mila unità lavorative, che corrisponde a circa un sesto dell'intera forza lavoro del gruppo, non rappresenta soltanto un numero statistico, ma mette in discussione il modello di welfare e di relazioni industriali che ha caratterizzato il successo della Germania nel dopoguerra.
Le ricadute si estenderebbero ben oltre i cancelli degli stabilimenti, coinvolgendo l'indotto e le comunità locali che dipendono economicamente dalla presenza del colosso automobilistico, in un effetto a catena che rischia di aggravare ulteriormente il clima sociale. La posta in gioco è altissima, considerando che il taglio dei costi per 11 miliardi di euro, necessario per rilanciare la competitività del marchio, si scontra con la realtà di una transizione energetica che richiede investimenti ingenti e che, al momento, non sta producendo i risultati sperati in termini di volumi di vendita.
La sfida della transizione elettrica
La crisi di Volkswagen è lo specchio di un'intera industria europea che ha scommesso sull'elettrico, ma che ora si trova a inseguire i ritmi di innovazione imposti dai concorrenti cinesi, i quali beneficiano di costi di produzione inferiori e di una filiera delle batterie già consolidata. Le scelte strategiche di Bruxelles sulla transizione ecologica, che hanno imposto vincoli rigorosi ai costruttori senza però garantire un mercato interno sufficientemente solido, vengono oggi messe in discussione proprio dalla realtà dei fatti.
Le parole di Oliver Blume sull'attrattività del gruppo, pronunciate in un contesto di generale ottimismo gestionale, sembrano ora scontrarsi con la dura necessità di dimezzare la struttura produttiva per sopravvivere. L'incertezza, in questo scenario, regna sovrana: i sindacati hanno già alzato un muro contro il piano di austerità, mentre il consiglio di fabbrica si prepara a una battaglia che potrebbe paralizzare l'azienda e mettere in ginocchio il sistema delle relazioni industriali tedesco, se non si troverà un compromesso che eviti il massacro occupazionale.




