L’offensiva di terra israeliana in Libano e la fuga di un milione di persone

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’esercito israeliano ha dato il via a una massiccia operazione di terra nel Sud del Libano, un’incursione che si aggiunge ai raid aerei che nell’arco di quindici giorni – stando alle comunicazioni ufficiali delle autorità libanesi riportate dalle agenzie di stampa – hanno provocato lo sfollamento di oltre un milione di persone. Uomini e mezzi delle Forze di difesa israeliane (Idf) hanno varcato il confine, come confermato anche da fonti militari e dalle testimonianze raccolte lungo il fiume Litani, dando il via a quella che Tel Aviv definisce un’operazione mirata contro le postazioni di Hezbollah, precisando che non si tratterebbe di una nuova occupazione stabile del territorio. Le colonne di fumo si levano dai villaggi di nuova evacuazione, mentre la popolazione, che già nei giorni scorsi aveva abbandonato le proprie abitazioni nella fascia di terra a ridosso della Linea Blu, è costretta a spostarsi ancora più a nord, verso Tiro e Sidone, in una corsa che assomiglia a quella descritta da alcuni testimoni come un esodo biblico.

Nel mirino dei bombardamenti, proseguiti senza sosta anche dopo l’inizio dell’avanzata via terra, sono finite vaste aree del Sud, diverse zone della valle della Beqaa e, in maniera particolarmente intensa, la periferia meridionale di Beirut, la cosiddetta Dahiyeh, roccaforte del partito sciita e area tra le più densamente popolate del paese. Il governo libanese, attraverso il ministero degli Affari Sociali, ha attivato un portale per la registrazione degli sfollati, un censimento che ha superato la soglia del milione di individui costretti ad abbandonare le proprie case; di questi, appena centotrentaduemila hanno trovato un giaciglio nei sei centri di accoglienza allestiti dal governo, per lo più scuole pubbliche ormai sature. Per la stragrande maggioranza, la sopravvivenza si gioca sulle strade della capitale, nelle automobili trasformate in giacigli, o sulle passeggiate a mare di Beirut, dove le famiglie consumano pasti frugali sedute sui marciapiedi esposte a tutti i pericoli, compresi quelli meteorologici, come le recenti piogge torrenziali che hanno spazzato via le tende improvvisate lungo il litorale.

In questo scenario di collasso, la macchina degli aiuti umanitari cerca faticosamente di organizzarsi. La Caritas libanese, come dichiarato nei loro rapporti, ha dichiarato lo stato di emergenza e mobilitato centinaia di volontari, attivando cucine mobili e punti di distribuzione di pasti caldi, materassi e coperte, cercando di sopperire all’enorme richiesta di beni di prima necessità. Ma le difficoltà logistiche sono immense: le strade dal Sud verso Beirut sono intasate e spesso interrotte, mentre il carburante scarseggia e i fondi internazionali per l’emergenza tardano ad arrivare. Tra la folla in fuga ci sono anche molti cittadini stranieri, in particolare lavoratori domestici provenienti dall’Africa e dal Sud-est asiatico, una categoria già vulnerabile che ora si ritrova completamente abbandonata a sé stessa, senza reti familiari o consolari a cui appoggiarsi.

Il contingente italiano e i detriti caduti sulla base Unifil

La complessa e già precaria situazione sul terreno ha avuto ripercussioni dirette anche sui caschi blu dell’Unifil, la forza di interposizione delle Nazioni Unite. Nella base di Shama, che ospita il Comando del Settore Ovest a guida italiana, sono piovuti detriti, verosimilmente frammenti di razzi intercettati in volo dai sistemi di difesa israeliani. L’impatto dei residui bellici ha causato qualche momento di apprensione tra i militari: un soldato italiano ha riportato un lieve trauma oculare, ma le sue condizioni, come precisato dal ministero della Difesa, non destano preoccupazione e non si registrano altri feriti tra il personale. L’episodio ha comunque riacceso i riflettori sulla posizione dei soldati italiani, circa milleduecento uomini e donne della Brigata Sassari e di altre unità, che si trovano ora a operare in un contesto che non è più di peacekeeping ma di guerra aperta, con il ministro Crosetto che nei giorni scorsi non aveva escluso di valutarne il ritiro.

I civili nel mirino e la paura che accompagna ogni spostamento

Sul terreno, la tragedia collettiva si scompone in migliaia di drammi individuali. Hassan Abdallah, un uomo incontrato nei pressi di un edificio colpito nei sobborghi di Beirut, racconta a chi lo ascolta di parenti fuggiti qualche giorno prima verso Sidone, convinti di aver trovato scampo. Erano in un palazzo vicino all’associazione benefica Makassed, un’istituzione sunnita, quando un missile ha centrato l’edificio, uccidendo cinque persone e ferendone molte altre, a dimostrazione di come – nelle sue parole – le bombe continuino a inseguire la gente anche lontano dalla linea del fronte. In molte località del profondo Sud, invece, come nei villaggi cristiani di Rmeish e Alma el-Shaab, la popolazione ha disatteso gli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano. Rimangono aggrappati alle loro case, alle piantagioni di tabacco, alla chiesa, sfidando il pericolo per non perdere l’unica vita che conoscono.

Beirut tra corsie d'ospedale e solidarietà

Nella capitale, mentre la Dahiyeh brucia, nella parte orientale e cristiana della città la vita cerca di continuare. Nell’ospedale Adoujaoude, nel cuore di Beirut, lavora suor Hind, una religiosa libanese dell’ordine di Santa Marta che ha trascorso gran parte della sua vita in Italia, a San Gimignano, e che ora ha fatto ritorno in patria. Tra le corsie del reparto, racconta di come si continui a curare i malati nonostante il rumore assordante delle sirene e il sibilo dei caccia che squarciano il cielo, una minaccia costante che rende il lavoro quotidiano una sfida. Volontari e organizzazioni non governative, molte delle quali italiane, cercano di tamponare l’emergenza distribuendo kit di cibo e materiali per l’igiene, ma la dimensione dell’esodo – con un milione di persone in fuga in soli quindici giorni – rischia di travolgere qualsiasi capacità di risposta.

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