Raid a Caracas, bilancio in salita: feriti Maduro e la moglie, le vittime sarebbero un centinaio
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Redazione Esteri
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Un intervento militare statunitense, definito dal governo venezuelano come "un terribile attacco", ha sconvolto Caracas lo scorso sabato con l'obiettivo dichiarato di catturare il presidente Nicolás Maduro e sua moglie. Secondo le dichiarazioni del ministro dell'Interno Diosdado Cabello, il nuovo bilancio provvisorio – che non distingue tra combattenti e non – parla di circa cento persone uccise e un numero analogo di feriti. Tra di loro, ha specificato il ministro, ci sono molti civili, comprese donne, colpite mentre dormivano nelle proprie abitazioni durante l'operazione. La coppia presidenziale, obiettivo primario dell'azione, sarebbe rimasta ferita, in circostanze che le autorità locali non hanno ancora dettagliato pienamente.
Le dichiarazioni di Trump sul controllo a lungo termine
A pochi giorni dall'azione militare, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha concesso un'intervista al New York Times nella quale ha delineato una prospettiva di occupazione duratura. Interrogato sulla possibile durata del controllo americano sul Venezuela – se cioè si sarebbe trattato di mesi o di un anno – Trump ha risposto affermando che "potrebbe durare anni", aggiungendo che "solo il tempo ce lo dirà". Ha poi esposto, senza mezzi termini, una parte del piano economico: "Ricostruiremo il Paese in modo molto conveniente", ha dichiarato, spiegando che intende utilizzare il greggio venezuelano importandolo negli Stati Uniti. "Abbasseremo i prezzi del petrolio e daremo soldi al Venezuela, di cui ha disperatamente bisogno", ha concluso, in una frase che riassume un approccio che mescola controllo delle risorse e dichiarati intenti di assistenza.
L'invito a Petro dopo le tensioni con la Colombia
La strategia della Casa Bianca nella regione, del resto, sembra muoversi su un doppio binario, fatto di forza e di successivi tentativi di dialogo. Ne è esempio la vicenda che ha coinvolto il presidente colombiano Gustavo Petro, il quale – dopo essere stato minacciato pubblicamente da Trump con un'azione militare simile a quella venezuelana e con l'accusa di narcotraffico – ha ricevuto un inatteso invito a Washington. In un post sul suo social network, Trump ha riferito di un colloquio telefonico con l'omologo colombiano, definito "un grande onore", durante il quale Petro avrebbe chiamato per "spiegare la situazione relativa alla droga e agli altri disaccordi che abbiamo". Una svolta dialettica che segue di poco le parole molto dure e le accuse reciproche sullo scenario regionale.
Il piano sul petrolio al centro della strategia
L'intervista al New York Times, della durata di due ore, ha offerto a Trump la piattaforma per ribadire con chiarezza gli obiettivi materiali dell'operazione venezuelana. "Ci teniamo il Venezuela e il petrolio", ha affermato il presidente, svelando in poche parole quello che appare come il cuore della strategia. "Useremo il petrolio e prenderemo il petrolio", ha ripetuto, tornando sul concetto che il controllo di quella risorsa servirà a calmierare i prezzi internazionali e a generare, al contempo, fondi da destinare – secondo la sua versione – alla nazione sudamericana. Una logica che, a suo dire, trasforma l'azione militare in un'operazione quasi di carattere economico-finanziario, sebbene le conseguenze immediate sulla popolazione civile, come riferito dalle autorità venezuelane, siano state pesantissime e il quadro giuridico internazionale resti oggetto di profondo dibattito.




