Trump valuta raid in profondità ma brevi in Iran, per poi negoziare di nuovo
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Redazione Esteri
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La finestra per una soluzione diplomatica della crisi nucleare con l’Iran, a sentire le voci che circolano nei corridoi dell’amministrazione americana e che sono state riportate da testate autorevoli come il Wall Street Journal, si starebbe rapidamente chiudendo, lasciando spazio a scenari di intervento militare ponderati nello studio ovale. Donald Trump, forte della sua ritrovata posizione alla Casa Bianca, starebbe valutando l’ipotesi di un attacco limitato e circoscritto contro installazioni militari o governative della Repubblica Islamica, una mossa che avrebbe il duplice obiettivo di dimostrare la determinazione americana e, allo stesso tempo, di riportare Teheran al tavolo negoziale da una posizione di forza. Non si parlerebbe, almeno in questa prima fase, di un’operazione su larga scala volta al cambiamento del regime, bensì di un’azione calibrata, una sorta di avvertimento concreto che segua le dichiarazioni roboanti del discorso sullo stato dell’Unione, nel quale il presidente aveva definito l’arsenale balistico iraniano una minaccia capace di raggiungere non solo le basi americane in Europa ma potenzialmente il suolo degli Stati Uniti stessi.
L’ombra di un conflitto allargato e i timori della Turchia
La mera ipotesi di un attacco, anche se circoscritto, sta già producendo effetti a catena nella regione, costringendo gli alleati storici e i vicini dell’Iran a prepararsi al peggio. Fonti anonime citate da Bloomberg rivelano come la Turchia, paese membro della Nato con un confine diretto con l’Iran, abbia cominciato ad aggiornare i propri piani di emergenza per far fronte a un possibile scenario post-bellico. I preparativi, lungi dall’essere un’opzione offensiva come qualcuno aveva frettolosamente ipotizzato, si concentrano sulla gestione di una potenziale crisi umanitaria: Ankara starebbe studiando come prevenire un afflusso massiccio e incontrollato di rifugiati in fuga dai combattimenti, valutando l’istituzione di campi al confine e il potenziamento dei valichi. La stessa Nato, nel frattempo, avrebbe silenziosamente ridirezionato le proprie missioni di sorveglianza aerea, spostando l’attenzione dei suoi aerei AWACS basati a Konya dalla Russia verso i confini iraniani, un segnale inequivocabile di come l’Alleanza Atlantica stia monitorando con crescente apprensione il moltiplicarsi degli assetti militari statunitensi nel Golfo Persico, tra cui figurano due portaerei e numerosi caccia di quinta generazione.
Il fallimento della strategia del massimo pressione e l’escalation nucleare
A rendere lo scenario attuale particolarmente intricato e pericoloso è la constatazione che il vicolo cieco in cui versa la diplomazia è, in larga parte, l’esito delle scelte compiute dallo stesso Trump durante il suo precedente mandato. L’uscita unilaterale dallo storico accordo sul nucleare, il JCPOA, siglato nel 2015 e che il presidente aveva sempre definito un “pessimo affare”, non ha sortito l’effetto sperato. La strategia della “pressione massima”, basata su sanzioni asfissianti e sulla volontà di mettere all’angolo la leadership di Teheran, ha di fatto liberato la Repubblica Islamica dai vincoli previsti dal trattato. Privato di qualsiasi contrappeso internazionale e dei benefici economici che l’accordo avrebbe dovuto garantire, l’Iran ha ripreso e anzi accelerato il suo programma, portando l’arricchimento dell’uranio a percentuali vicine al 60 per cento, una soglia pericolosamente vicina a quella considerata utile per un’applicazione bellica. I colloqui ripresi a Ginevra e mediati dall’Oman, che pure avevano fatto registrare qualche timido progresso secondo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, si scontrano ora con la richiesta americana di uno smantellamento definitivo del programma e con la precondizione di Teheran che chiede invece la rimozione totale delle sanzioni.
Un intricato gioco a tre tra intelligence e controspionaggio
A complicare ulteriormente il quadro, già di per sé teso, si inseriscono le dinamiche proprie del conflitto a bassa intensità che coinvolge anche Israele e che si gioca sul filo dell’intelligence e del controspionaggio. Nei giorni scorsi, l’attenzione dei media israeliani e internazionali si era concentrata sul caso di Nasrin al-Abid, una giornalista di Gerusalemme Est arrestata con l’accusa di contatti con agenti iraniani. La vicenda, però, ha avuto uno sviluppo giudiziario paradossale: nel corso dell’udienza per la convalida del fermo, è emerso che l’ordinanza del ministro della Difesa che la riguardava era stata resa pubblica soltanto dopo il suo arresto, un vizio di forma che ha spinto i giudici a disporre la scarcerazione della donna, seppur con alcune restrizioni. L’episodio, al di là del caso specifico, illumina la fibrillazione e la complessità di un confronto in cui la minaccia militare si intreccia inestricabilmente con le operazioni clandestine e con la guerra dell’informazione, rendendo ogni singolo evento un potenziale detonatore in un equilibrio regionale già precario.




