Nel 2025 la produzione metalmeccanica italiana cala dello 0,9%, automotive giù dell'11,1%
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il 2025 si chiude per il settore metalmeccanico e meccatronico italiano con un segno negativo, seppur contenuto nella media generale, ma con alcune aree di crisi profonda che destano preoccupazione nell'analisi degli esperti e dei rappresentanti di categoria. La 177esima edizione dell’Indagine congiunturale di Federmeccanica, diffusa nei giorni scorsi, fotografa un comparto che, dopo un biennio 2023-2024 già complicato, non è riuscito a trovare quella spinta necessaria per un recupero significativo, registrando una contrazione tendenziale media della produzione dello 0,9%. Il dato, se confrontato con il calo dell'1,9% registrato in Germania che rappresenta un termometro importante per l'intera economia del continente, evidenzia come la manifattura italiana tenga meglio di quella tedesca, ma non per questo si può parlare di un risultato positivo, considerando che la flessione è comunque superiore a quella media dell'industria nazionale, ferma a -0,6%.
A trascinare verso il basso il dato complessivo del settore è, in maniera preponderante, il comparto automotive che segna un -11,1% rispetto al 2024, un tracollo che non trova eguali nelle altre branche della meccanica. La fabbricazione di autoveicoli e rimorchi paga lo scotto di una domanda interna debole e di scelte produttive che, secondo le ricostruzioni sindacali, vedono i grandi gruppi del settore spostare la produzione di modelli chiave al di fuori dei confini nazionali. In questo contesto, altri comparti come la metallurgia mostrano un timido segnale di ripresa con un +3,0%, trainato probabilmente da una domanda estera che tiene in alcune nicchie, mentre il settore dei computer, apparecchi radio-tv e strumenti di precisione cresce dell'1,9%, e gli altri mezzi di trasporto dell'1,6%. La produzione di prodotti in metallo, invece, arretra dell'1,1%, quella di macchine elettriche dello 0,6% e quella di macchinari meccanici dello 0,5%, segno di una difficoltà diffusa che non risparmia nessuna delle filiere tradizionali.
L'export rallenta la sua corsa e i dazi americani preoccupano
Uno dei segnali più evidenti del cambiamento di passo del settore arriva dai dati sull'export che, pur mantenendo un segno positivo con un incremento in valore del 2,9%, appare ormai lontano dai ritmi di crescita a doppia cifra che avevano caratterizzato gli anni precedenti al 2022. Il commercio estero, motore storico della meccanica italiana, sconta le tensioni geopolitiche e le politiche protezionistiche che si stanno affacciando sullo scenario globale. Il presidente di Federmeccanica, Simone Bettini, ha sottolineato come le continue incertezze legate all'introduzione di dazi, in particolare da parte dell'amministrazione statunitense, rappresentino un ostacolo poderoso al ritorno a livelli di crescita adeguati per le esportazioni, con un impatto che si riverbera sulle strategie di lungo periodo delle aziende del settore. Gli Stati Uniti, che assorbono il 10,4% del totale dell'export metalmeccanico italiano piazzandosi come secondo mercato di sbocco, hanno visto crescere le importazioni dal nostro paese dell'1,8% in media annua, ma con una dinamica preoccupante per quanto riguarda il settore auto che ha segnato un -18,5%.
Il 2025 è stato anche l'anno del consolidamento di una tendenza, quella della cessione di asset industriali strategici a gruppi esteri, che ha visto operazioni di rilievo nel panorama metalmeccanico nazionale. Tra le acquisizioni di maggioranza di imprese italiane, spicca il via libera condizionato alla vendita di Iveco al colosso indiano Tata Motors, operazione da 3,8 miliardi di euro che ha richiesto precise garanzie sul mantenimento della sede a Torino e sulla salvaguardia dei livelli occupazionali per almeno un biennio. Parallelamente, si è completata la cessione di Piaggio Aero all'azienda turca Baykar Makina, una operazione che ha chiuso una lunga e travagliata vertenza durata anni e che ora punta al rilancio di un marchio storico dell'aeronautica italiana sotto la nuova proprietà.
L'allarme della Fiom sulla deindustrializzazione
Sullo sfondo di questi numeri, le rappresentanze sindacali lanciano segnali d'allarme che riecheggiano nelle sale di Roma. Il segretario generale della Fiom Cgil, Michele De Palma, ha presentato nei giorni scorsi uno studio intitolato “Stato e tendenze dell’industria metalmeccanica italiana” nel quale si evidenzia il rischio concreto di una deindustrializzazione progressiva del paese, con il settore dell'auto in prima linea come fanalino di coda di questa crisi strutturale. I numeri parlano di una produzione automobilistica scesa ai minimi storici, con stabilimenti come Mirafiori ridotti a turni ridotti e migliaia di lavoratori in cassa integrazione, una situazione che secondo i sindacati richiederebbe un intervento immediato da parte del governo per invertire la rotta. A pesare sull'occupazione, oltre alla contrazione produttiva, ci sono le riconversioni industriali lente e un piano di investimenti che sembra non decollare, con il progetto della gigafactory di Termoli ancora in una fase di stallo che preoccupa i circa 1.800 dipendenti coinvolti in contratti di solidarietà.
La questione dell'acciaio e dell'autonomia strategica
Un altro capitolo caldo della congiuntura metalmeccanica riguarda la fornitura di materie prime e, in particolare, di acciaio. Le dichiarazioni del presidente di Federmeccanica, Simone Bettini, hanno riacceso i riflettori sulla necessità per l'Italia di mantenere una piena autonomia strategica nella produzione siderurgica, facendo esplicito riferimento alla complessa vicenda dell'ex Ilva di Taranto. “Le nostre imprese hanno bisogno di acciaio italiano – ha affermato Bettini – l'Italia ha bisogno dell'ex Ilva”. Il concetto è quello di evitare qualsiasi forma di dipendenza tattica dall'estero in un momento in cui le filiere globali mostrano crepe e vulnerabilità, e la possibilità di contare su una produzione nazionale diventa un fattore cruciale per competere sui mercati internazionali. Nel corso del 2025, la partita dell'ex Ilva ha visto diverse manifestazioni di interesse per gli stabilimenti, con offerte pervenute da fondi internazionali come Bedrock Industries e da consorzi come quello formato da Flacks Group e Steel Business Europe, ma la situazione rimane in bilico in attesa di una soluzione definitiva che garantisca la continuità produttiva.
Mentre il governo affronta queste complesse dinamiche, la produzione complessiva del settore arranca e l'export subisce le scosse dei dazi, l'industria metalmeccanica italiana cerca di navigare in acque agitate, con alcuni comparti che tengono e altri, come l'automotive, che affondano. La partita, a giudicare dai numeri, è ancora tutta da giocare, ma il campanello d'allarme è suonato e l'eco si propaga tra le sigle sindacali e le associazioni datoriali, mentre la politica cerca di districarsi tra la necessità di attrarre investimenti e quella di preservare il tessuto industriale nazionale.




