Milano capitale del carovita, Napoli all'opposto: il divario supera il 60%
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Redazione Interno
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Un paniere di beni e servizi, che include tanto la spesa alimentare quanto prestazioni come la cura dei denti o la toelettatura per gli animali domestici, ha raggiunto a Milano una cifra media prossima ai seicento euro, certificando il primato della metropoli lombarda come città più cara d'Italia. La classifica, elaborata per il 2025 dal Codacons attraverso il monitoraggio dei listini praticati al pubblico, posiziona il capoluogo meneghino di poco sopra a Bolzano, raffigurando un costoso scenario settentrionale. La distanza con il Mezzogiorno, d'altro canto, si fa subito abissale: rispetto a Napoli, infatti, vivere a Milano costa oltre il sessanta per cento in più, un dato che, se da un lato non stupisce più di tanto, dall'altro sottolinea una divergenza ormai strutturale e difficilmente colmabile nel breve periodo. Un fenomeno, quello dei prezzi, che secondo l'economista Galasso della Bocconi segue da vicino l'andamento del costo del lavoro, contribuendo a rendere la città progressivamente inaccessibile per molti.
Il dettaglio del paniere e i primati regionali
L'indagine, per quanto non sorprendente nei suoi esiti generali, offre alcuni spunti di riflessione quando si scende nel particolare delle voci che compongono il paniere di riferimento. Se nel confronto complessivo, che include servizi e prodotti ortofrutticoli, Napoli si attesta come la città più economica della Penisola, un'analisi circoscritta alla sola spesa per cibi e bevande ribalta parzialmente la graduatoria. In questo ambito specifico, è Catanzaro a conquistare il primato del risparmio, dimostrando come le dinamiche dei costi possano variare sensibilmente a seconda dei parametri considerati. All'estremo opposto, per l'alimentare, si colloca invece Bolzano, che registra i listini più elevati in questa categoria, sebbene nel computo generale venga superata da Milano. Queste differenze, spesso trascurate, rivelano geografie del costo della vita più articolate di quanto un dato aggregato possa lasciare intendere.
Il meccanismo che alimenta la divergenza
La spiegazione fornita dall'economista Galasso, secondo cui i prezzi a Milano seguono il costo del lavoro, illumina uno dei meccanismi chiave che alimentano questa forbice. In una città dove i salari medi sono tra i più alti del Paese, le attività commerciali e di servizio si trovano a sostenere oneri maggiori, i quali si riflettono inevitabilmente sui listini applicati alla clientela. Si innesca così un circolo, per certi versi vizioso, che rende la vita sempre più onerosa, rischiando di escludere dal tessuto urbano non solo i residenti a più basso reddito, ma anche quelle fasce di professionisti che, pur percependo entrate medie, faticano a sostenere spese fisse in continua ascesa. Il risultato è una progressiva trasformazione sociale ed economica della città, destinata a diventare un'isola sempre più elitaria.
Uno scenario ormai consolidato
La conferma annuale di questi dati, ormai, delinea uno scenario consolidato che va ben oltre le fluttuazioni congiunturali. Milano si ritrova a ricoprire stabilmente il ruolo di motore economico nazionale, ma al prezzo di un costo della vita che ne limita l'accessibilità e ne condiziona le scelte residenziali dei suoi abitanti. La contrapposizione con Napoli, che pure presenta criticità economiche e occupazionali ben note, è lampante e quantificabile in quel sessantadue per cento che misura un vero e proprio divario tra due Italie. Questo solco, tra Nord e Sud, viene peraltro complicato da eccezioni come quella di Bolzano per i generi alimentari, che dimostrano come il fenomeno non sia interpretabile con mere categorie geografiche, ma richieda analisi puntuali sui diversi comparti di spesa delle famiglie.




