Muro contro muro tra vescovi e Trump, una lettera di diciotto presuli alza il livello dello scontro

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il fronte della Chiesa cattolica statunitense, in particolare quella che opera nelle diocesi direttamente lambite dalle frontiere con il Messico e il Canada, ha deciso di alzare ulteriormente il tiro nei confronti delle politiche immigratorie volute dall’amministrazione Trump. Alla vigilia del discorso sullo stato dell’Unione, che si è tenuto nella serata del 24 febbraio, un gruppo nutrito di vescovi e arcivescovi – diciotto in tutto, molti dei quali provenienti dal sud-ovest e dalla California – ha diffuso una dichiarazione dura e circostanziata, nella quale non si limitano a una generica condanna delle misure in atto, ma entrano nel merito delle procedure, articolando otto precise richieste di riforma. I toni utilizzati nel documento, che arriva dopo settimane di crescenti tensioni e critiche da parte di organizzazioni umanitarie e non solo, appaiono particolarmente severi nei confronti della linea intransigente della Casa Bianca; una linea, quella voluta dal presidente, che i presuli non esitano a definire dannosa per la dignità delle persone e per i diritti umani fondamentali -1. Il cuore della loro argomentazione, infatti, poggia su un principio teologico e antropologico irrinunciabile: ogni migrante, indipendentemente dal suo status legale, è un essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio, e come tale va trattato.

Otto proposte per riformare un sistema considerato disumano

Nel dettaglio, la lettera pastorale non si ferma alla denuncia, ma si spinge a formulare una serie di proposte operative che i vescovi sottopongono all’attenzione del Congresso e dell’esecutivo, mentre questi ultimi valutano come riformare l’applicazione delle leggi. Tra i punti più qualificanti, spicca innanzitutto la richiesta di ripristinare e proteggere il diritto d’asilo, un istituto giuridico sancito dal diritto internazionale che, a loro avviso, viene di fatto eluso dalle attuali direttive, lasciando migliaia di persone in balia delle organizzazioni criminali alla frontiera. Vi è poi l’appello a tutelare i cosiddetti “luoghi sensibili” – chiese, scuole e strutture sanitarie – da operazioni di polizia che, quando avvengono in questi spazi, generano un terrore tale da spingere molte famiglie a rinunciare persino ai sacramenti o alle cure mediche, violando di fatto anche la libertà religiosa costituzionalmente garantita -1. I vescovi sottolineano, in un passaggio significativo, di aver constatato con i propri occhi fedeli che, per paura di essere fermati, evitano di partecipare alla messa domenicale; un attacco, questo, alla pratica religiosa che non può essere ignorato.

Famiglie divise e giusto processo, il nodo della paura nelle città

Un altro aspetto centrale riguarda la necessità di tenere insieme i nuclei familiari, evitando deportazioni che spezzano in modo traumatico le cosiddette “famiglie miste”, quelle cioè composte da membri con status giuridici differenti, spesso con figli cittadini statunitensi. I firmatari del documento mettono in guardia dalle conseguenze psicologiche devastanti che simili separazioni provocano nei minori, un danno che gli studi, come ricordano, dimostrano essere permanente e dannoso per lo sviluppo. A questo si lega la richiesta di ripristinare il giusto processo, oggi minato secondo i vescovi dall’uso di procedure sommarie come l’allontanamento accelerato (expedited removal) o gli arresti senza mandato, pratiche che calpestano un diritto sancito dalla Costituzione americana -1. Non meno importante, nella loro analisi, è la condanna delle tattiche di intimidazione messe in campo dagli agenti federali: l’uso di maschere, le fermate casuali senza una causa probabile e le perquisizioni itineranti, tutto ciò contribuisce a creare un clima di paura diffusa che paralizza intere comunità, anche quelle composte da persone regolarmente presenti sul territorio.

La detenzione di massa e i “mega-centri” al centro della contesa

Se la lettera dei diciotto vescovi rappresenta l’ultimo atto di questo braccio di ferro, va inquadrata in un contesto di opposizione più ampia che era già emerso nei giorni precedenti. Poche ore prima, monsignor Brendan J. Cahill, a capo del comitato per le migrazioni della Conferenza episcopale, aveva definito “profondamente inquietanti” i piani dell’amministrazione volti a raddoppiare la capacità detentiva federale, con la costruzione di otto mega-centri, ciascuno in grado di ospitare fino a diecimila persone -2. L’accostamento, fatto dallo stesso Cahill, con i campi di internamento per i nippo-americani durante la seconda guerra mondiale non è casuale e dà la misura di come la gerarchia cattolica giudichi la deriva in atto. “Il pensiero di rinchiudere migliaia di famiglie in enormi capannoni – ha dichiarato il presule – dovrebbe mettere alla prova la coscienza di ogni americano” -4. Una presa di posizione netta, che non lascia spazio a mediazioni e che trova fondamento in un dato statistico rivelato da un rapporto del marzo 2025: sei volte su dieci, le persone prese di mira dall’Immigration and Customs Enforcement (Ice) sono cattoliche, e quasi un federe su cinque, negli Stati Uniti, vive in una famiglia a rischio deportazione -2. È questo, in definitiva, il terreno dello scontro: una visione della sicurezza nazionale che i vescovi ritengono inaccettabile perché costruita sulla negazione della dignità umana e sulla paura.

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