L’Iran e il bivio dopo Khamenei: trattativa con l’America o linea dura? La successione si gioca sull’asse Teheran-Qom
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Redazione Esteri
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La notte in cui i caccia dell’Idf hanno sganciato tonnellate di ordigni sul compound di Ali Khamenei non ha cancellato solo la Guida suprema, ma ha aperto una crepa profonda nel cuore del regime. L’obiettivo, quello di “decapitare il nemico” come era stato definito negli strateghi israeliani e statunitensi, è stato raggiunto nel primo giorno di quella che Washington ha battezzato Operazione Epic Fury; e tuttavia, con la testa del serpente recisa, il dell’animale continua a muoversi, segno che la macchina statuale costruita in quarantasette anni di Repubblica Islamica possiede riflessi autonomi. Il vero nodo, adesso, non è tanto il cordoglio ufficiale o le manifestazioni di piazza che hanno visto alternarsi — a poche ore di distanza — scene di giubilo e cortei funebri, quanto piuttosto la direzione politica che prenderà il paese. La domanda che agita i centri di potere iraniani e le cancellerie occidentali è se la Repubblica Islamica sceglierà la strada della vendetta e del consolidamento repressivo o se, invece, tenterà un disperato e inedito canale di dialogo con l’Amministrazione Trump.
Il meccanismo di successione, va ricordato, non è stato colto impreparato. Fonti vicine agli ambienti della sicurezza, come rivelato in passato al New York Times, avevano raccontato di come Khamenei avesse imparato la lezione durante la guerra dello scorso anno — quando fu isolato in un rifugio e si ridusse al minimo l’uso della rete — lasciando disposizioni precise per la continuità del comando. Ed è proprio sulla base di quel lascito che il testimone è passato a un Consiglio di transizione composto dal presidente Masoud Pezeshkian, dal capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i e da un giurista del Consiglio dei Guardiani, Alireza Arafi. Un triumvirato che ha il compito di gestire la quotidianità fino a quando l’Assemblea degli Esperti, quel consesso di ottantotto religiosi, non designerà il nuovo leader supremo.
L’ombra dei Pasdaran e la chimera della trattativa
Ma se la Costituzione prevede un percorso formale, la prassi del potere in Iran si muove su binari paralleli e spesso più spessi. Il dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, i Pasdaran, esce dal bombardamento con il comandante Mohammad Pakpour tra le vittime accertate -8, ma conserva intatta la propria infiltrazione nell’economia e nella burocrazia; anzi, proprio la guerra potrebbe fornire il pretesto per una centralizzazione autoritaria mai vista prima. Non è un caso che tra i papabili alla successione figurino figure gradite alla sicurezza come lo stesso Mohseni-Eje’i, uomo dal cursus honorum che unisce intelligence e giustizia, o il figlio del defunto leader, Mojtaba Khamenei, da anni legato a doppio filo con le strutture repressive e già sanzionato da Washington per il suo ruolo informale ma pervasivo.
Dall’altra parte dello spettro politico, però, si intravede una crepa. Mentre le televisioni di Stato trasmettevano immagini di folle in nero a piazza Enghelab, e mentre le teste di cuoio del regime lanciavano attacchi missilistici contro basi statunitensi in Arabia e obiettivi in Israele, l’ala pragmatica del regime sembrava tastare il terreno per una via d’uscita negoziale. Il contatto con l’amministrazione americana, confermato dalla stessa Casa Bianca, rappresenta un terremoto silenzioso: Teheran chiede di trattare. Ma trattare con chi? E con quale mandato? La struttura di comando, sebbene ancora funzionante, è acefala, e la proposta di dialogo potrebbe essere una mossa per guadagnare tempo o, al contrario, la spia di una frattura insanabile tra chi vuole resistere a oltranza e chi — forse lo stesso Pezeshkian o qualche figura vicina agli ambienti dell’ex presidente Hassan Rouhani — intravede nella resa negoziata l’unica ancora di salvezza.
I nomi sul tavolo: dal figlio ai custodi della tradizione
Il conclave che dovrà eleggere il successore si muove in un clima da camera di guerra. Alireza Arafi, che guida le sessioni del Consiglio ad interim e che è imam del venerdì a Qom, appare per molti analisti il candidato della continuità istituzionale: uomo di profonda fede e di apparato, ha il profilo per rassicurare la cleruchia tradizionale. Accanto a lui si staglia la figura di Sadiq Larijani, fratello di quello Ali Larijani che pare fosse stato indicato da Khamenei come una sorta di “presidente ombra” nei piani di emergenza e che oggi gestisce il Consiglio per il Discernimento. Una famiglia, i Larijani, che rappresenta la sintesi tra potere politico e militanza ideologica, e che potrebbe giocare un ruolo da regista dietro le quinte anche se Sadiq, a differenza del fratello, possiede le credenziali religiose necessarie per la successione.
E poi c’è lui, Mojtaba. Il figlio. La sua ascesa sarebbe una cesura con la tradizione rivoluzionaria che rifiuta la monarchia ereditaria, ma in tempo di guerra le regole si piegano. I Pasdaran, privati di molti comandanti di prima linea, potrebbero stringersi attorno a lui per blindare il potere in un pugno di uomini fidati, trasformando la Repubblica Islamica in un regime apertamente militare camuffato da tutela religiosa. Dall’altro fronte, però, ci sono ayatollah di lungo corso come Hossein Noori Hamedani, ultracentenario e ultraconservatore, o Hashem Hosseini Bushehri, potenza accademica a Qom, che rappresentano la continuità puramente dottrinale e potrebbero fungere da parafulmine per una successione che non voglia apparire una dinastia.
La spada di Damocle della piazza
L’intero palazzo, però, poggia su fondamenta che tremano. La società iraniana, uscita massacrata dalle proteste dell’inverno — quelle stesse che causarono la morte di migliaia di manifestanti, tra cui il giovane Pooya Jafari a Lapuee — non è più il recinto mansueto di vent’anni fa. I video di gioia nella notte dell’attacco, le centinaia che hanno gridato “morte al dittatore” appena le bombe hanno smesso di cadere, raccontano di un Paese che potrebbe non accettare passivamente l’ennesimo leader imposto dalle baionette dei Basij. La leadership lo sa, e per questo ha chiuso università e strozzato la rete, tentando di arginare l’onda.
Se l’Assemblea degli Esperti sceglierà un falco, probabilmente Mohseni-Eje’i o Mojtaba, la repressione si farà più feroce, ma il rischio di una sollevazione popolare sostenuta dall’esterno crescerà in modo esponenziale. Se invece prevarrà una linea più morbida, magari con un uomo di mediazione come Arafi o addirittura con un ritorno sulle scene di Hassan Khomeini, il nipote dell’ayatollah, si potrebbe assistere a un tentativo di “glasnost” sciita, un’apertura controllata per salvare il salvabile. Ma in questo momento, con i missili che solcano il Golfo e le diplomazie in fermento, l’unica certezza è che l’Iran di domani sarà molto diverso da quello di ieri, e che la partita tra vendetta e negoziato si gioca ora, ora che il sangue di Khamenei è ancora caldo sulle macerie del suo compound.




