Conte rilancia l’unità con le primarie, ma Gualtieri e Gentiloni restano sul pezzo con due visioni opposte

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Giuseppe Conte torna a battere il chiodo sull’unità delle forze progressiste e lo fa, ancora una volta, agitando la bandiera delle primarie come strumento indispensabile per legittimare una leadership che, una volta emersa dal voto degli iscritti e dei simpatizzanti, sarebbe più difficile da mettere in discussione.

L’ex presidente del Consiglio, intervenuto alla Festa nazionale dell’Unità, ha lanciato un messaggio che nelle intenzioni dovrebbe suonare come una chiamata alle armi per il fronte alternativo al governo Meloni, ma che, nelle reazioni dei suoi stessi potenziali alleati, ha finito per evidenziare le crepe di un’intesa ancora tutta da costruire.

E se da un lato Conte insiste sulla necessità di fissare entro fine mese programma e data per la consultazione popolare, dall’altro i due pezzi da novanta del Partito Democratico, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri e l’ex commissario europeo Paolo Gentiloni, hanno risposto con un tiepido scetticismo che tradisce più di un imbarazzo sulla strada da percorrere.

Il nodo delle primarie e la doppia anima del Partito Democratico

Il confronto, svoltosi nel corso della tradizionale kermesse dell’Unità, ha messo in luce due anime che faticano a trovare un punto d’incontro quando si parla di metodo. Roberto Gualtieri, da sindaco della capitale e uomo di governo navigato, ha espresso più di un dubbio sull’efficacia delle primarie come strumento risolutivo, sottolineando come la vera posta in gioco non sia tanto la procedura, quanto la sostanza del progetto politico che si intende offrire agli elettori.

“La nostra opposizione al modello plebiscitario e presidenzialista di Meloni non è tattica – ha osservato Gualtieri con il tono misurato che lo contraddistingue – perché l’Italia ha bisogno di cambiamenti profondi e non va bene il modello nel quale una persona sola comanda”. Una dichiarazione che, seppur critica verso l’esecutivo, non si traduce in un’automatica adesione alla ricetta di Conte, lasciando intendere che per il primo cittadino di Roma la questione sia più complessa di una semplice scelta tra sì e no alle urne aperte.

Paolo Gentiloni, dal canto suo, ha spostato l’accento sull’urgenza dei tempi, quasi a voler scavalcare il dibattito di principio per imporre una scelta definitiva: o si fanno subito, con una data precisa e chiara, oppure è meglio lasciar perdere e concentrarsi su altro. Un approccio pragmatico, il suo, che però rischia di tradursi in un aut-aut che non facilita certo la ricerca di una sintesi.

Conte e la strategia dell’abbraccio popolare

Il leader del Movimento 5 Stelle, accolto dal pubblico dem con cori da stadio e una valanga di richieste di selfie e autografi, ha giocato la carta del contatto diretto con la base, quasi a voler dimostrare che il consenso popolare è già dalla sua parte e che le resistenze dei vertici siano frutto di calcoli politici superati.

“Non abbiate paura delle primarie” – ha ripetuto Conte tra gli applausi – assicurando che un leader scelto dal basso sarebbe molto più solido e meno esposto al rischio di essere “fatto cadere” da manovre di palazzo, e gettando un ponte anche sulla politica estera, dove le convergenze tra i partiti sarebbero maggiori di quanto si creda.

A riprova di questa presunta sintonia, Conte ha annunciato che una delle prime mosse del nuovo esecutivo progressista sarebbe il riconoscimento dello Stato di Palestina, scelta che ha scatenato l’entusiasmo della platea e che rilancia un tema caldo su cui il centrosinistra cerca da tempo di costruire una posizione comune. Il quadro che emerge è quello di una leadership che si sente forte del sostegno popolare e che tenta di condizionare il gioco degli alleati, imponendo un calendario serrato: entro fine mese, il programma e la data delle primarie devono essere già pronti, senza tentennamenti.

Le perplessità di Gualtieri e Gentiloni tra metodo e contenuti

Se Conte cerca di forzare la mano, però, le risposte dei dem restano ancorate a un realismo che mal si concilia con l’entusiasmo da piazza. Gualtieri, nel suo intervento, ha evidenziato come il vero discrimine per l’alternativa non siano gli strumenti, ma i contenuti, e che tutto il resto rischia di ridursi ai soliti giochi d’incastro tra vertici di partito se non si mette nero su bianco una piattaforma credibile.

Una critica velata alla liturgia delle alleanze che rischia di soffocare il dibattito sui temi caldi, dal lavoro alla sanità, passando per le disuguaglianze sociali, che secondo il sindaco di Roma dovrebbero essere il vero motore della campagna elettorale. Gentiloni, invece, ha posto l’accento sull’Europa e sul rapporto tra identità nazionali e federalismo, tema centrale del confronto, ma senza mai abbandonare il pragmatismo di chi sa che i tempi stretti impongono scelte rapide e non rinvii.

La richiesta di fissare una data per le primarie, o di abbandonare definitivamente l’idea, è insomma un modo per mettere tutti di fronte alle proprie responsabilità e per evitare che il cantiere del centrosinistra si trasformi in un eterno cantiere senza progetti.

La sfida dell’alternativa tra programmi e tatticismi

In questo quadro, l’articolo di Luca Nascimbene, che commenta il dibattito in corso, coglie perfettamente la difficoltà di un campo che rischia di perdersi in tatticismi mentre il governo procede spedito sulla propria rotta.

La denuncia di Conte contro la governance di Meloni e la logica dell’odio, così come il richiamo a un cambio di rotta su Ucraina, Palestina e diritti sociali, rappresentano un tentativo di dare un’anima alla coalizione, ma si scontrano con la concretezza di chi, come Gualtieri e Gentiloni, sa che le primarie non risolvono i problemi se non c’è un accordo di fondo sul progetto.

La polemica sulle “porte aperte a tutti” e il richiamo ai “jolly” civici, come nel caso di Salis, mette in luce un altro fronte caldo: la selezione dei candidati e il ruolo degli esterni, figure che potrebbero portare consenso ma che rischiano anche di minare la coesione interna. Il problema, insomma, non è solo lo strumento, ma la capacità di tessere un programma che non sia una semplice somma di istanze, ma una visione coerente e condivisa.

Il tempo stringe e la finestra per costruire un’alternativa credibile si sta chiudendo, con il rischio che l’ennesimo rinvio finisca per consegnare ancora una volta la vittoria allo status quo.

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