Stipendi in Italia, il divario che l'occupazione non colma
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Redazione Interno
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L’aumento dei posti di lavoro, che il governo Meloni indica come un successo storico, si concentra in que settori che da anni alimentano l’area del lavoro povero, come alberghi, ristorazione, commercio e costruzioni. È un’Italia che cresce proprio dove paga di meno, una fotografia nitida che emerge dai dati freschi dell’Osservatorio Inps, basati sulle dichiarazioni contributive del 2024 e che analizza un campione di 17,7 milioni di dipendenti privati. Un quadro, questo, che svela le fondamenta di una ripresa occupazionale i cui numeri, sebbene positivi in superficie, nascondono una realtà fatta di retribuzioni basse e precarietà diffusa, delineando un mercato del lavoro profondamente segnato da asimmetrie strutturali.
L'élite salariale: finanza ed energia in testa
In cima alla classifica dei redditi, considerando le retribuzioni medie, si posizionano i dipendenti del settore delle Attività finanziarie e assicurative: sono 482.857 lavoratori che hanno percepito, in media, 56.429 euro all’anno, per un numero medio di 297 giornate retribuite. A seguire, con compensi sempre ben al di sopra della media, si collocano i lavoratori dei settori legati all’Estrazione di minerali da cave e miniere: un gruppo più ristretto, di 38.215 unità, che ha guadagnato 51.530 euro per 289 giornate di lavoro. Questi dati confermano l’esistenza di una ristretta cerchia di settori, quelli dell’alta finanza e dell’energia, che continuano a costituire una vera e propria élite salariale nel panorama nazionale.
L'altra faccia dell'occupazione: la crescita del lavoro povero
Se da un lato si osserva questa concentrazione di redditi elevati, dall’altro la crescita occupazionale si manifesta principalmente in ambiti caratterizzati da bassa retribuzione e alta precarietà. La stragrande maggioranza dei nuovi posti di lavoro, infatti, si genera in comparti come la ristorazione e l’ospitalità alberghiera, settori notoriamente segnati da salari contenuti e da forme di impiego non sempre stabili. Questo andamento contribuisce a dipingere il ritratto di un Paese a due velocità, dove a una minoranza di lavoratori ben remunerati si affianca una vasta platea di occupati che fatica ad arrivare a fine mese, nonostante un contratto.
Il divario di genere: una questione strutturale
La segmentazione del mercato del lavoro, peraltro, non si limita ai soli settori economici ma investe anche la questione di genere. In Italia, le lavoratrici sono spesso impiegate in ambiti diversi e meno retribuiti rispetto ai colleghi uomini, un divario che affonda le proprie radici già nella scelta dei percorsi di studio universitari. A ciò si aggiunge il dato sul part time, che per molte donne non rappresenta una scelta libera ma una condizione imposta da esigenze familiari e di cura, ulteriore fattore che incide negativamente sulla progressione di carriera e sull’entità dei compensi, come emerso in un recente approfondimento di "Numeri" su Sky TG24.




