Stipendi italiani nella morsa dell'inflazione: il divario con i prezzi si allarga dal 2014
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Redazione Interno
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Un rapporto Inps, elaborando dati Istat, fotografa una sostanziale erosione del potere d'acquisto dei lavoratori dipendenti nell'ultimo decennio, dal 2014 al 2024, nonostante l'aumento numerico degli occupati. La forbice tra la crescita dei salari e quella dei prezzi al consumo, infatti, appare netta e costituisce il dato più significativo dell'analisi: l'inflazione cumulata, in quel periodo, ha raggiunto il 20,8%, mentre le retribuzioni medie nel settore privato sono cresciute del 14,7% e quelle nel pubblico impiego dell'11,7%. Si tratta di differenze percentuali che, tradotte in valori assoluti, lasciano intravedere un arretramento reale della condizione economica di molti.
I numeri del decennio: un recupero solo parziale
Le retribuzioni lorde medie annue, secondo l'istituto di previdenza, si attestano a 24.486 euro per i dipendenti privati e a 35.350 per quelli pubblici. Se da un lato queste cifre segnalano un incremento nominale, dall'altro, se confrontate con la corsa dei prezzi, dimostrano come gli adeguamenti contrattuali non siano riusciti a compensare interamente la perdita di valore monetario. Il fenomeno, del resto, non si distribuisce in modo omogeneo sul territorio, evidenziando ulteriori squilibri tra le regioni del Nord e quelle del Mezzogiorno, così come tra i generi, con le donne che continuano a percepire mediamente meno degli uomini.
La frammentazione contrattuale e il nodo della rappresentanza
Accanto alla questione puramente economica, viene sollevata da più parti la problematica della proliferazione degli accordi di lavoro, che alcuni definiscono senza mezzi termini "pirata". Si è passati, come viene fatto notare, da un panorama negoziale relativamente contenuto a una giungla di oltre mille contratti nazionali, una frammentazione che rischia di abbassare il costo del lavoro attraverso meccanismi di dumping salariale. Per contrastare questa tendenza, viene indicata come necessaria una riforma che rafforzi il valore erga omnes, cioè universalmente vincolante, dei contratti collettivi nazionali, accompagnata da una legge che misuri in modo chiaro la rappresentatività delle organizzazioni sindacali e datoriali.
Un modello di crescita asimmetrico
La narrazione ottimistica sui record occupazionali, quindi, secondo quanto emerge da diverse analisi, nasconderebbe un'asimmetria di fondo nel capitalismo italiano. La crescita del numero di persone che lavorano, in altre parole, non si traduce automaticamente in un aumento del benessere diffuso, ma sembra coesistere con una contrazione del valore reale delle retribuzioni. Questo scenario delinea un modello economico dove l'espansione quantitativa del lavoro, spesso precario e a bassa retribuzione, fa da contraltare a profitti aziendali robusti, approfondendo di fatto le disuguaglianze e mettendo sotto pressione il tenore di vita delle famiglie.




