L’agenda rossa e il patto sporco: la procura di Caltanissetta riapre il senso di una sparizione

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   La procura di Caltanissetta, in un atto destinato a far discutere gli addetti ai lavori, ha depositato una richiesta di archiviazione – relativa a uno dei numerosi procedimenti ancora aperti sulle stragi del ’92 – nella quale si legge un passaggio destinato a lasciare il segno. “La sparizione dell’agenda rossa del dottor Borsellino subito dopo la strage, su cui questo ufficio ha in corso un autonomo filone di indagini, appare del tutto coerente con la ricostruzione sinora fatta: dopo l’eliminazione del dottor Borsellino dovevano essere disperse anche le considerazioni che lo stesso poteva aver annotato e che avrebbero costituito un documento di importanza fondamentale”. Nessuna suggestione, nessuna pista depistante: per gli inquireenti nisseni, insomma, quel celebre taccuino scomparso nel luglio del 1992 non rappresentava affatto un problema per i vertici di Cosa nostra, quanto piuttosto un obiettivo preciso da neutralizzare. La tesi, per quanto cruda, restituisce un’immagine lucida della strategia stragista: non basta uccidere il magistrato, occorre cancellare la sua memoria scritta, le sue ultime annotazioni, quei fogli che avrebbero potuto trasformarsi in un atto d’accusa.

La doppia verità di Scarpinato e la figura barbina davanti all’Antimafia

Non è un caso, a questo punto, che l’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato abbia chiesto nei giorni scorsi – forse in modo volutamente provocatorio – lo scioglimento della commissione parlamentare Antimafia. Voleva evitare, spiegano fonti giudiziarie, la figura barbina che gli ha invece fatto fare l’attuale procuratore capo del capoluogo siciliano, Salvatore De Luca. Quest’ultimo, nel corso di un’audizione, ha definito “lacunose se non addirittura insabbiate” le indagini condotte dal senatore pentastellato sul dossier mafia-appalti. Eppure, secondo la procura di Caltanissetta, proprio quel filone rappresenta una delle concause dietro le stragi del 1992. Giovanni Falcone, e molto probabilmente soprattutto Paolo Borsellino – il quale avrebbe potuto governare la scoperta di questo meccanismo perverso – avevano compreso che l’informativa del Ros firmata da Mario Mori, unitamente agli input dei magistrati di Massa Carrara, aveva chiarito un punto nodale: Cosa nostra, attraverso imprese amiche e colossi del Nord come il Gruppo Ferruzzi, voleva partecipare ai grandi appalti pubblici. Tavoli romani, spartizioni del denaro, cordate pilotate: un sistema che non lasciava scampo a chi, come Borsellino, cercava di metterci le mani sopra.

La Cassazione contro Caltanissetta: nuove indagini non sono un atto abnorme

Dall’altra parte della barricata, però, si muove la procura generale della Cassazione. La quale ha appena chiesto alla Suprema corte di dichiarare inammissibile il ricorso presentato proprio dall’ufficio di Caltanissetta contro la decisione della gip Graziella Luparello – quella che negò l’archiviazione. Per la Pg romana, insomma, ordinare nuove indagini sui cosiddetti “mandanti esterni” delle stragi non rappresenta affatto un provvedimento abnorme. Anzi, rientra nella fisiologia dell’accertamento giudiziario. Il braccio di ferro tra procure, insomma, si fa serrato: da un lato chi vorrebbe chiudere certi capitoli, dall’altro chi ritiene che senza quelle verifiche non si possa scrivere la parola fine.

L’accusa del pm: “Strage di via D’Amelio come concausa, e l’inchiesta fu insabbiata”

Altre tre ore di audizione, nel corso delle quali il pm ha ribadito e rafforzato le accuse già lanciate quattro mesi fa. Il cuore del ragionamento è questo: “La gestione del rapporto mafia-appalti, e in generale il tema mafia-appalti, è una delle concause della strage di via D’Amelio”. Quel 19 luglio 1992, quando un’autobomba uccise il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta, non si trattò soltanto di una rappresaglia per le inchieste dell’anno precedente. Dietro, secondo questa ricostruzione, c’era anche la volontà di tagliare la testa a un’inchiesta che stava particolarmente a cuore al magistrato: quella sui rapporti tra mafia e appalti. Il procuratore dell’epoca, Pietro Giammanco (scomparso nel 2018), spalleggiato dagli allora sostituti Giuseppe Pignatone – che era tra i suoi principali collaboratori – e Gioacchino Natoli – il quale ne avrebbe tratto vantaggi nella propria carriera in magistratura – avrebbe insabbiato quelle indagini. Un silenzio pesante, quello di alcuni uffici giudiziari palermitani, che per i pm di Caltanissetta rappresenta ancora oggi un tassello decisivo per comprendere perché l’agenda rossa, alla fine, non sia mai più riapparsa.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.