Giro d’Italia, la prima tappa è di Magnier: caduta di gruppo nel finale a Burgas
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Redazione Sport
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La 109ª edizione della corsa rosa, partita ufficialmente oggi giovedì 8 maggio dalle strade bulgare con un percorso di 147 chilometri da Nessebar a Burgas pensato appositamente per i velocisti, ha subito regalato un finale convulso e, in parte, inatteso. A trionfare nello sprint è stato il francese Paul Magnier, della Soudal Quick-Step, al suo primo successo assoluto nella competizione a tappe più seguita d’Italia: un’affermazione, la sua, che gli vale anche la prima maglia di leader della classifica generale.
Una volata condizionata da una brutta caduta a poche centinaia di metri dal traguardo
Proprio mentre il gruppo compatto si preparava a lanciarsi verso la linea d’arrivo, un improvviso e violento contatto tra alcune ruote posteriori e anteriori – dinamiche ancora al vaglio degli organizzatori – ha provocato una maxi caduta che ha spezzato in due il plotone. Una frazione consistente dei corridori, travolti dall’incidente senza possibilitá di evitarlo, è rimasta a terra o ha dovuto comunque rallentare bruscamente. La caduta, avvenuta a meno di un chilometro dal traguardo, ha di fatto bloccato la rimonta di diversi pretendenti alla vittoria parziale, lasciando invece spazio a chi, come Magnier, aveva scelto di posizionarsi nelle primissime file proprio nei momenti decisivi.
Alle spalle del vincitore, Lund Andresen e Vernon; solo quarto Milan
Il velocista danese Tobias Lund Andresen (Team Decathlon) ha regolato il gruppo dei superstiti per la piazza d’onore, mentre il terzo gradino del podio è andato a Ethan Vernon (Nsn Cycling Team). Tra i grandi attesi alla vigilia, il portacolori italiano Jonathan Milan è stato costretto a contentarsi della quarta posizione, evidentemente condizionato non solo dal caos generato dalla caduta ma anche da una traiettoria non perfetta nell’ultima curva. Per Magnier, cresciuto nel vivaio transalpino e già osservato in alcune classiche del calendario internazionale, questo primo acuto al Giro rappresenta la consacrazione in una corsa di tre settimane.
Una giornata tranquilla per gli uomini di classifica, con Vingegaard al riparo
Tra i candidati alla vittoria finale a Roma, il danese Jonas Vingegaard non ha corso particolari rischi: il suo team, avendo già ampiamente dimostrato una superiorità organizzativa in altre grandi gare, ha tenuto il proprio capitano costantemente nelle zone meno esposte del gruppo, lontano dalle bagarre per il posizionamento allo sprint. La sua classifica, così come quella degli altri pretendenti alla maglia rosa, non ha subito variazioni significative nell’economia di una tappa che, come da tradizione per gli inizi delle grandi gare, serviva principalmente a testare le gambe e le sincronie di squadra.
La prima fuga e un finale da cronaca nera sportiva: senza colpevoli ma con tanti fermi
Prima del trambusto finale, la tappa aveva vissuto un avvio scoppiettante con la fuga di Manuele Tarozzi (Bardiani) e Diego Pablo Sevilla (Polti), due battistrada presto ripresi dal grande gruppo in un contesto pianeggiante e ventoso. La caduta, per la quale non emergono al momento responsabilità dirette, ha riportato l’attenzione sulla sicurezza nei rettilinei d’arrivo, un tema caldo nel ciclismo professionistico. Sul posto sono intervenuti i sanitari per alcuni corridori rimasti a terra; le prime verifiche hanno escluso traumi gravi, anche se diversi atleti sono stati medicati per escoriazioni e contusioni. L’inchiesta della giuria di gara si concentrerà sulle immagini televisive per ricostruire l’esatta dinamica, senza che al momento siano state comminate sanzioni o attribuite colpe a singoli componenti del plotone.




