Imane Laloua, dopo 23 anni spunta un indagato per l’omicidio: la svolta nel cold case
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Redazione Interno
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L’onda lunga di un cold case che sembrava destinato a rimanere per sempre avvolto nel silenzio degli archivi giudiziari si infrange finalmente contro un muro di novità processuali. A distanza di ventitré anni dalla scomparsa di Imane Laloua, la giovane marocchina di 22 anni che si volatilizzò nel nulla da Prato nel lontano novembre del 2003, la Procura di Firenze ha iscritto nel registro degli indagati un cittadino albanese di 45 anni, residente nel capoluogo toscano, con le pesanti accuse di omicidio e soppressione di cadavere.
Si tratta, come è facile intuire, di una pietra miliare in un’inchiesta che sembrava arenata nonostante la macabra scoperta dei suoi resti, avvenuta nel giugno del 2006 all’interno di due sacchi di plastica abbandonati nella boscaglia che costeggia l’autostrada A1, precisamente in una piazzola di sosta nei pressi di Barberino del Mugello.
L’ombra dei reperti dimenticati e l’incrocio con altre indagini
Ciò che riaccende i riflettori su questo dramma, gettando una nuova luce sulle zone d’ombra della vicenda, è un dettaglio squisitamente investigativo che sa di beffa e di speranza al tempo stesso.
Il 45enne, infatti, non è stato fermato sulla base di nuove testimonianze, bensì grazie a una serie di oggetti sequestrati nella sua autovettura alcune settimane prima che il corpo della vittima venisse alla luce; questi reperti, che hanno un potenziale probatorio enorme, sono rimasti inspiegabilmente custoditi per anni nei depositi di un commissariato delle Marche senza essere mai sottoposti ad analisi genetiche approfondite.
La svolta procedurale è maturata quasi per caso, o meglio per osmosi investigativa, durante i vasti accertamenti dei carabinieri del Ros legati al processo a carico di Vasile Frumuzache, la guardia giurata di origine rumena accusata dell’omicidio di due escort, un’inchiesta che ha portato gli inquirenti a setacciare decine di casi irrisolti di scomparse e delitti violenti.
Gli accertamenti irripetibili e l’attesa del responso genetico
La strategia della procura, in questa fase delicatissima del procedimento, si gioca interamente sul filo dei cosiddetti “accertamenti irripetibili”, un istituto giuridico che consente di effettuare analisi su elementi di prova che potrebbero degradare o distruggersi nel tempo.
Per il 45enne, che secondo le prime ricostruzioni avrebbe percorso proprio quel tratto autostradale toscano poco prima del macabro ritrovamento del 2006, si tratta ora di verificare un eventuale contatto biologico con la vittima; gli esperti sono chiamati a cercare tracce del DNA di Imane Laloua su quegli oggetti dimenticati, un’operazione che gli investigatori non esitano a definire tutt’altro che scontata, vista la degradazione del materiale genetico a così tanti anni di distanza.
Zoubida Chakir, la madre della giovane che non ha mai smesso di gridare giustizia dalla Francia dove oggi risiede, ha accolto la notizia con un misto di tremore e determinazione, convinta che questa possa essere “la volta buona” dopo due decenni trascorsi a inseguire fantasmi e depistaggi.
Il buio delle piste passate tra satanismo e archiviazione
Per comprendere appieno la portata di questa riapertura, occorre fare un salto indietro nel labirinto di ipotesi che hanno caratterizzato il caso sin dal ritrovamento delle ossa scarnificate. In passato, gli inquirenti si erano imbattuti in piste decisamente più eccentriche, come quella che collegava il delitto a presunti rituali satanici ispirati dalle parole di un’adolescente di Prato, la quale aveva scritto nel suo diario di aver partecipato a violenze su una donna prelevata in strada in occasione di un “sacrificio umano” nell’agosto del 2004.
Nessuna di quelle suggestioni, però, si trasformò mai in prova concreta, tanto che la precedente inchiesta della procura di Firenze, avviata su impulso della madre e del suo legale Francesco Filograsso, si chiuse con un’archiviazione nel 2024; fu proprio l’opposizione a quella decisione, presentata lo scorso marzo, a mantenere tecnicamente in vita la possibilità di una riapertura, gettando le basi per l’attuale svolta giudiziaria.




