Flotilla, l’ipotesi del sequestro di persona arriva in procura. Due attivisti portati in Israele: “40 ore di crudeltà”
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Redazione Interno
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Non si placano le polemiche, né tantomeno l’attività legale, dopo l’intercettazione della Global Sumud Flotilla in acque internazionali al largo di Creta. Mentre centinaia di attivisti – di cui molti cittadini europei – sono stati costretti a sbarcare nell’isola greca prima di essere “impacchettati” in pullman diretti verso gli aeroporti, c’è chi non ha rivisto la libertà. Saif Abdelrahim Abukeshek, attivista palestinese con passaporto spagnolo e svedese, e il brasiliano Thiago Ávila, entrambi membri del comitato direttivo della missione, risultano infatti ancora trattenuti dalle autorità israeliane. La loro destinazione, stando alle ultime ricostruzioni, è il territorio dello Stato ebraico, dove l’intelligence militare intende sottoporli a interrogatorio.
È proprio sulla vicenda dei due portavoce – che i vertici militari definiscono “sospettati” senza formalizzare alcuna accusa precisa – che si è innestata l’iniziativa più innovativa sul piano penale. Un pool di avvocate ha infatti presentato un esposto alla Procura di Roma, ipotizzando per i fatti non il generico “fermo” bensì il reato di sequestro di persona. Il particolare non è di dettaglio: la richiesta si fonda sul diritto del mare e sulla giurisdizione della bandiera. Al momento dell’abbordaggio, Abukeshek non si trovava su una nave qualsiasi, ma sulla Eros 1, un’imbarcazione che batte bandiera tricolore. In forza di questo principio, i legali sostengono che lo scafo sia equiparabile a territorio italiano, e che il prelievo forzato dell’attivista in acque internazionali costituisca quindi una violazione diretta della sovranità nazionale.
L’esposto a Roma e i precedenti inquirenti
Le legali – che hanno già seguito le vicende della precedente edizione della flotilla – chiedono ai pm capitolini un intervento urgente: sequestrare la nave israeliana su cui viaggiano i due detenuti, almeno finché il mezzo navale si troverà ancora oltre i confini delle acque territoriali. L’obiettivo dichiarato è “interrompere il sequestro” e scongiurare il rischio di trattamenti che gli stessi attivisti hanno già definito, in una nota diffusa poche ore fa, come “inumane e degradanti”. Nell’esposto si fa esplicito riferimento all’articolo 605 del codice penale, e si sottolinea come le autorità italiane – dalla Farnesina alla Marina militare – fossero a conoscenza della rotta della flottiglia. Gli inquirenti di Roma, va ricordato, vantano già un procedimento aperto e in fase di indagine proprio riguardo ai metodi utilizzati dall’esercito di Tel Aviv nella missione dello scorso anno, procedimento che ora potrebbe trovare nuovi elementi di sviluppo processuale.
Del resto, il racconto di chi è stato rilasciato e ha rimesso piede in terraferma (nello specifico a Creta) dipinge un quadro di violenza sistematica, non limitata ai soli due leader trattenuti. I 173 attivisti che hanno trascorso oltre un giorno e mezzo a bordo dei mezzi militari hanno parlato chiaramente di “40 ore di crudeltà deliberata”. Le testimonianze, accompagnate da video e fotografie dei corpi segnati, descrivono un ambiente di detenzione in cui cibo e acqua sono stati razionati in maniera inadeguata, se non negati. Il pavimento della nave – raccontano i sopravvissuti – veniva allagato ripetutamente in modo intenzionale, costringendo i civili a dormire nell’umidità e nel freddo. Alcuni di loro sono stati colpiti con calci e pugni nel momento in cui hanno tentato di opporre una resistenza pacifica al trasferimento di Abukeshek e Ávila; sul volto di più di un partecipante si contano nasi fratturati, costole incrinate e vistosi ematomi.
Le reazioni sul campo e il rovesciamento giudiziario
Mentre a Madrid il governo socialista chiede ufficialmente il “rilascio immediato” del proprio cittadino (parlando apertamente di rapimento), sul piano strettamente diplomatico le posizioni appaiono per ora cristallizzate. A Tel Aviv si continua a replicare che si è trattato di un “trattenimento” legittimo finalizzato all’identificazione di soggetti legati, secondo le proprie fonti di intelligence, a organizzazioni considerate ostili. Un argomento che, tuttavia, cozza contro la geografia dei fatti: l’abbordaggio è avvenuto a centinaia di miglia di distanza dalle coste di Gaza e a una distanza notevole anche da Creta, in acque dove il diritto internazionale garantirebbe la libertà di navigazione.
Sul fronte legale italiano, l’audacia dell’esposto non si ferma alla richiesta di sequestro del natante militare. Il team composto da diverse avvocate ha anche sollevato l’ipotesi di “rifiuto di atti di ufficio” nei confronti dello Stato italiano. L’accusa, se così si può definire l’impostazione data alla denuncia, verte sul fatto che le autorità diplomatiche e militari italiane, informate della situazione, non avrebbero agito “senza ritardo” per tutelare una persona formalmente sotto giurisdizione nazionale. “Le autorità italiane – scrivono le legali – sono a conoscenza della situazione e ben conoscono i rischi di tale operazione militare”, un’affermazione che sembra voler forzare la mano a Palazzo Chigi, finora impegnato in una mediazione silenziosa che non ha ancora prodotto il rilascio dei due attivisti.
A Creta, intanto, il clima si è surriscaldato: un centinaio di manifestanti ha bloccato il convoglio di autobus che trasportava i deportati verso gli aeroporti, tentando di rallentare quel meccanismo di allontanamento forzato dal suolo comunitario. Ma la macchina giudiziaria e diplomatica, adesso, si gioca altrove: nelle aule della procura capitolina. Lì si deciderà se l’intercettazione in mare e la ferocia dei 40 ore siano solo un incidente politico o i presupposti per un reato di diritto comune.




