Bce, riunione del 10 settembre: atteso rialzo dei tassi al 2,5%. Gli economisti non hanno dubbi

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
ECONOMIA Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Economia Redazione Economia   -   Il prossimo appuntamento con la Banca centrale europea, in calendario per il 10 settembre 2026, si presenta come uno dei più scontati degli ultimi mesi, almeno a giudicare il sentiment che circola tra gli addetti ai lavori e gli osservatori. Il consenso, infatti, appare sorprendentemente compatto nell'indicare un nuovo intervento al rialzo dei tassi di interesse, con un aumento di 25 punti base che porterebbe il tasso sui depositi al 2,5%.

Questo scenario, a ben guardare, rappresenterebbe il secondo giro di vite monetario del 2026, dopo la stretta già applicata nello scorso mese di giugno, e molti analisti iniziano a ipotizzare che potrebbe trattarsi dell'ultimo atto di questa lunga fase restrittiva, anche se naturalmente ogni valutazione resta appesa ai dati macroeconomici che verranno.

Il quadro delineato dall'indagine Reuters

Per avere la misura di questo orientamento pressoché unanime, basti dare uno sguardo all'ultima indagine condotta da Reuters, che ha interpellato un campione di 65 economisti provenienti dalle principali istituzioni finanziarie internazionali. Ebbene, la totalità del panel, cioè tutti i 65 intervistati, prevede che il 10 settembre la Bce procederà con l'atteso rialzo di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,5%.

Si tratta di un dato piuttosto eloquente, che lascia intravedere un quadro di aspettative allineate come raramente si era verificato in passato, quando le divisioni interne al consiglio direttivo o le incertezze congiunturali rendevano le previsioni più frammentate.

Secondo la maggioranza degli stessi economisti, inoltre, questo potrebbe segnare il punto d'arrivo del ciclo di rialzi iniziato ormai da diversi anni, anche se è doveroso ricordare che non mancano voci contrarie, le quali sottolineano come eventuali shock dal lato dell'offerta o un perdurare dell'inflazione core potrebbero costringere Francoforte a rivedere i propri piani.

La posizione di Pimco e le valutazioni sul margine di manovra

Tra i player che si sono espressi con maggiore chiarezza in queste ore c'è Konstantin Veit, Portfolio Manager di Pimco, la cui analisi conferma in pieno le attese del mercato. Secondo Veit, la Bce aumenterà il tasso sui depositi di 25 punti base al 2,5%, allineandosi perfettamente al consenso, ma ciò che rende interessante il suo ragionamento è la proiezione successiva: dopo la riunione di settembre, infatti, il manager prevede una pausa prolungata, sebbene con una precisazione non secondaria.

Egli aggiunge che eventuali rischi emergenti per le aspettative di inflazione potrebbero spingere la Bce a proseguire la sua politica di aumento dei tassi, un'avvertenza che tiene aperta la porta a scenari alternativi, pur restando ancorata alla tesi di fondo. In particolare, Veit sottolinea come, una volta conclusa la campagna di rialzi al 2,5%, l'obiettivo dell'Eurotower sarà quello di preservare il prezioso margine di manovra della politica monetaria convenzionale, suggerendo che difficilmente si assisterà a un'inversione di rotta già nel corso del 2027.

Il contesto internazionale e il monito di Jackson Hole

Per comprendere appieno le motivazioni che spingono verso questa stretta, occorre allargare lo sguardo al contesto internazionale, e in particolare a quanto accade oltreoceano, dove la Federal Reserve sta vivendo una fase altrettanto delicata.

Il discorso tenuto dal presidente della Fed Kevin Warsh a Jackson Hole, come è stato giustamente rilevato, ha offerto indizi piuttosto chiari circa la volontà di agire con decisione, dal momento che l'inflazione è rimasta troppo elevata per troppo tempo, in un contesto caratterizzato da piena occupazione e condizioni finanziarie che, a suo dire, non appaiono particolarmente restrittive.

Questa posizione, sebbene riguardi la banca centrale americana, ha inevitabili riflessi sulle decisioni della Bce, in un'ottica di allineamento delle politiche monetarie globali e di gestione dei flussi di capitale. L'Europa, d'altronde, sta affrontando pressioni inflazionistiche che, pur mostrando segnali di moderazione, restano al di sopra del target del 2%, e la riunione del 10 settembre rappresenta un banco di prova cruciale per verificare la determinazione del consiglio direttivo nel portare avanti il proprio mandato.

Le prospettive per i mercati e il ruolo delle aspettative

Dal punto di vista operativo, l'eventuale rialzo al 2,5% del tasso sui depositi avrebbe implicazioni significative per i mercati obbligazionari e per il costo del denaro nell'area euro, con le banche commerciali che si troverebbero a dover ricalibrare le proprie strategie di raccolta e impiego. Non va dimenticato, infatti, che il tasso sui depositi rappresenta il riferimento principale per la remunerazione delle riserve bancarie, e un suo incremento si traduce in un innalzamento del costo del funding per gli istituti di credito, con conseguenze a catena sui tassi applicati a famiglie e imprese.

Tuttavia, come evidenziato da Veit, l'elemento chiave non è tanto l'entità del singolo rialzo, quanto la capacità della Bce di gestire le aspettative e di comunicare in modo efficace la propria strategia futura, per evitare che i mercati anticipino movimenti non desiderati o che si creino tensioni sui rendimenti dei titoli di Stato.

In questo senso, la riunione del 10 settembre sarà seguita con estrema attenzione non solo per la decisione in sé, ma anche per le dichiarazioni del presidente e per gli eventuali aggiornamenti sulle proiezioni macroeconomiche, che potrebbero offrire indizi preziosi sull'evoluzione del ciclo monetario nei prossimi trimestri.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.