Al bano, il festival mancato e il nodo dei rapporti con amadeus e carlo conti
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è una certa amarezza, nella voce di Al Bano Carrisi, quando torna a parlare del Festival di Sanremo. Ospite nel salotto di Verissimo, il cantante di Cellino San Marco ha riaperto il capitolo delle sue mancate partecipazioni alla kermesse, puntando il dito contro i due ultimi direttori artistici che lo hanno guidato: Amadeus prima e Carlo Conti poi. Non si tratta, a sentire le sue parole, di una semplice esclusione artistica, ma di una questione di principio, di patti non scritti che, nella sua visione delle cose, andrebbero rispettati quando a stringerli sono due professionisti dello stesso mondo.
La ricostruzione offerta da Al Bano parte da un accordo verbale che risale a qualche anno fa, quando sul podio dell’Ariston c'era Amadeus. L’idea, che il cantante rivendica come propria sin dal 1996, era quella di riunire tre voci popolari della musica italiana in un unico, memorabile momento: “Vado da Amadeus e lui mi racconta l'idea di fare cantare me, Morandi e Ranieri” ha raccontato Al Bano, spiegando che quel progetto lo aveva già proposto in passato a Gianni Morandi, ricevendo però un rifiuto per via delle potenze vocali in gioco -1. Con la benedizione del direttore artistico, il trio andò in scena e riscosse un successo che Al Bano definisce “grandissimo” -1. Il problema, per lui, è sorto dopo. Perché a quella proposta, ha dichiarato, era seguito un impegno preciso: l’anno successivo, terminata la parentesi da ospite d’onore, avrebbe potuto presentare la sua canzone in gara. “Io mi fidai” ha scandito Al Bano davanti alle telecamere di Silvia Toffanin, sottolineando come quella promessa, provenendo da “uno che sta nel mio stesso mestiere”, avesse per lui il peso di un contratto -4. Quando si ripresentò con il brano pronto, la risposta che ricevette fu, nelle sue parole, una doccia fredda: Amadeus gli disse di non voler “sporcare il successo dell’anno scorso” -1. Una motivazione che il diretto interessato ha definito illogica, quasi un paradosso: rispettare i patti, nella sua ottica, non poteva coincidere con il rovinare quanto di buono era stato fatto.
L’incontro romano e la lista che non arrivava
Il discorso si è poi spostato sull’attuale direttore artistico, Carlo Conti, e sull’edizione del Festival ormai alle porte. Il racconto di Al Bano si fa在这里 dettagliato, quasi minuzioso, nel descrivere i passaggi che hanno preceduto l’esclusione. Tutto è iniziato con l’invio di un brano, un gesto che solitamente apre o chiude le porte della selezione. La risposta di Conti, a sentire Al Bano, fu tutt’altro che una chiusura: il cantante è stato convocato a Roma, nel suo ufficio, per un ascolto diretto. “Caro Conti, se ci sei, ascoltami bene: la frase che mi hai detto ‘Vedrai la stampa come ne parlerà di questa frase in questa canzone’” ha rivelato Al Bano, citando testualmente il commento che il direttore artistico avrebbe fatto su un passaggio del brano -4. Un’osservazione positiva, un incoraggiamento, o almeno così era parso ad Al Bano, che lasciò l’incontro con la convinzione che la partecipazione fosse cosa fatta.
Invece, a distanza di quindici giorni, quando venne diffusa la lista ufficiale dei cantanti in gara per Sanremo 2026, il suo nome non compariva. “Ma a te sembra logico? A me no” ha commentato amaramente il cantante, tornando sulla differenza tra un rifiuto netto e un comportamento che lui percepisce come una mancanza di chiarezza -1. Non è tanto il “no” in sé a far male, a quanto pare, quanto la modalità con cui è stato comunicato, o meglio, non comunicato. Perché se da un lato Al Bano ammette di soffrire di quella che lui chiama “Sanremite acuta”, quella febbre che sale quando si avvicina il periodo del Festival, dall’altro tiene a precisare che “non morirò mai per quello” -4. Il punto, per lui, è un altro: è una questione di “educazione”, di “normalità nei rapporti tra umani” -4. E in questa sua disamina, l’assenza di un feedback diretto, di una parola chiara che motivasse la scelta, pesa più dell’esclusione stessa.
Il nodo privato di una storia finita
Dai palchi dell’Ariston il discorso, inevitabilmente, è scivolato sul terreno privato, un altro capitolo della sua vita che Al Bano continua a rivisitare con una certa frequenza. La separazione da Romina Power, ufficializzata ormai nel lontano 1999, rimane una ferita che, pur cicatrizzata, torna a far male quando se ne rievocano i contorni. Intervistato da Silvia Toffanin, il cantante ha risposto ad alcune dichiarazioni che l’ex moglie aveva rilasciato in precedenza, sempre a Verissimo -3. Se Romina aveva parlato di un amore che, nonostante tutto, rimane per sempre, la posizione di Al Bano è apparsa più sfumata, segnata da una diversa concezione del sentimento. “Per me non è così” ha replicato, aggiungendo che è certamente meglio conservare “l’idea dell’amore” piuttosto che quella dell’odio, un approccio che ha definito “molto cristiano” -3.
Al Bano ha ripercorso la fine del loro matrimonio come una decisione presa da Romina, che lui ha dovuto accettare, assaporando “quella medicina strana che dovevo prendere tutte le notti per dormire” -3. Una rivelazione, quella sull’aiuto farmacologico per superare le notti, che lascia trasparire la profondità di un dolore mai del tutto sopito. Ma nel suo racconto emerge anche un aspetto più ancestrale, quasi fatalista. Ha ricordato i detti popolari di sua madre e suo padre, quelli che recitano “il salto che fa la capra, lo fa anche la capretta”, riferendosi alla famiglia d’origine di Romina, segnata da numerosi divorzi -3. Un retaggio che, nelle sue parole, gli faceva temere fin dall’inizio che il loro matrimonio potesse durare poco: “Io pensavo: ‘Durerà un anno, durerà tre mesi’. Io sapevo che il divorzio sarebbe arrivato” -3. Quello che non si aspettava, ha confessato, è che arrivasse dopo trent’anni, “quando nessuno se lo aspettava”. Un misto di rassegnazione preventiva e sorpresa, quindi, che rende la fine di quella favola, la stessa che “faceva invidia al mondo”, una pagina ancora aperta nel suo libro personale -6.




